Saverio Scrofani – IT

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Saverio Scrofani – IT

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Introduzione a cura di R. Nicolì

La presente edizione digitale riproduce, per la Biblioteca di POLYSEMI, le prime diciassette delle sessanta lettere contenute nel Viaggio in Grecia di Saverio Scrofani, trascritte dal testo edito per l’Edizioni dell’Ateneo (Roma, 1965) e filologicamente curato da Claudio Mutini.[1]

L’autore era nato in provincia di Ragusa nel 1756, da una famiglia di modeste condizioni che delegò la sua formazione ad uno zio materno, vescovo di Siracusa, auspicando che il giovane Saverio decidesse diventare sacerdote, ma egli, deludendo le aspettative familiari, condusse una vita a tratti dissoluta e inquieta, dedicandosi al gioco e alla mondanità, senza tuttavia trascurare gli studi che dedicò soprattutto all’economia e a specifici argomenti di agraria, tanto che fu estremamente prolifico sul versante della scrittura frutto delle sue ricerche e analisi. Egli appartiene a quella generazione di intellettuali che, sebbene formatisi alla luce ispiratrice dei principi illuministici, si trovò di fatto a divulgare i suoi scritti nell’ormai mutato clima dell’assolutismo riformistico.

Negli anni in cui matura l’idea del viaggio in Grecia, Scrofani è all’apice della notorietà sociale, risiede da tempo a Venezia ed ha maturato tante e tali esperienze (compresa quella diretta della Rivoluzione francese[2]) da approcciarsi a questo transito con l’occhio dell’osservatore lucido ed equilibrato, ma anche con la competenza di abile narratore che gli servirà per trasferirà ad altri quanto avrà modo di vedere, conoscere ed assimilare.

Il viaggio – che se pur molto fantasticato dagli intellettuali italiani, risultava per loro forse meno consueto di quanto non lo fosse per i contemporanei francesi, inglesi e tedeschi – inizia con partenza da Venezia, il 24 luglio del 1794, per concludersi nell’ottobre dell’anno successivo e si svolge in nave, seguendo la rotta ordinaria dei bastimenti veneziani, passando cioè davanti all’Istria e alla Dalmazia, per spostarsi prima nelle Isole Ionie e proseguire successivamente per la Grecia più orientale.

Il resoconto dell’esperienza vedrà la luce, come prodotto editoriale costituito da ben due tomi, nel 1799 a Roma, presso l’editore Salvioni, stampatore ufficiale della Repubblica Romana, che lo pubblicherà con la falsa indicazione di Londra. Di un secondo viaggio in Grecia, compiuto tra il 1796 e i primi mesi del 1798, si hanno invece pochissime notizie; ne resta solo testimonianza nella Relazione su lo stato attuale dell’agricoltura e del commercio della Morea, testo vivace e di grande attrattiva da cui traspare l’interesse riformatore di Scrofani economista e agronomo.

Per intanto però, l’opera edita da Salvioni, tradotta anche in tedesco e francese, viene sottoposta a censura e se ne decide il ritiro dal commercio.[3] Cesarotti, in una lettera privata inviata alla contessa Francesca Morelli, elogiando il testo del siciliano, sostiene di non comprenderne le ragioni dal momento che il resoconto del viaggio non presentava «nulla d’eterodosso».[4] Solo lunghe e attente revisioni consentiranno tuttavia all’autore di ristamparla a Palermo, ben trentadue anni dopo, nel 1831, presso l’editore Abbate.

Il testo è sì una relazione di viaggio, genere odeporico molto diffuso ed apprezzato a quell’altezza cronologica, ma è una relazione in forma di resoconto epistolare. Le sue «lettere si suppongono effettivamente inviate, come si desume dalle iniziali di nomi riportate nel corpo delle missive dalle varie località raggiunte nel percorso; e così si dica di allusioni inserite qual e là nel racconto (anche con cognomi incompleti, ma facilmente ricostruibili nella loro interezza da parte dei lettori contemporanei».[5]

La lettera odeporica è lo strumento per garantire la trasmissione dell’esperienza a chi non lo ha compiuta e da essa ci si aspetterebbe, più che da qualsiasi altra forma letteraria di viaggio, il rispetto dei criteri di “verità”. Tuttavia, anche se il resoconto di un viaggio prevede che tutti gli elementi soggettivi vengano proiettati verso l’esterno del mondo attraverso una “oggettivizzazione” del vissuto del viaggiatore, tale vissuto viene inevitabilmente ridotto e deformato dal filtro del ricordo e dalla pressione operante dai codici stessi della comunicazione.[6] Alla semplice descrizione dei luoghi visitati, della gente incontrata, del vissuto di cui si è fatta esperienza si affianca il racconto dell’esperienza soggettiva.

Nel corso della sua storia, la letteratura di viaggio ha pertanto inevitabilmente oscillato fra questi due caratteri: l’aderenza all’oggettiva rappresentazione dei luoghi e la valorizzazione soggettiva di quell’esperienza: da un lato, quindi, il mondo (naturale, culturale, sociale…) e dall’altro il protagonista dell’impresa raccontata, con le sue idee e le sue suggestioni. Le lettere di Saverio Scrofani si ascrivono sicuramente a quel genere di testi odeporici all’incrocio tra i due caratteri, con tratti tuttavia più frequentemente protesi all’esposizione del punto di vista del viaggiatore-narratore e alla valorizzano della sua personalissima esperienza. È quindi condivisibile il punto di vista di Marco Cerruti che individua due piani di lettura del Viaggio in Grecia: quello del resoconto e quello dell’affabulazione.[7] La narrazione dell’avventura illuministica tra le vestigia della classicità è così a tratti affiancata, in modo sempre armonico, alla narrazione dai connotati di intrattenimento salottiero.

Al momento di raccogliere le varie epistole in un corpus unitario, Scrofani vi aggiunge una Dedica agli amici in cui fa presente che il suo intento non è fornire, con la pubblicazione, mere descrizioni e materiale alla schiera degli studiosi desiderosi di conoscere la Grecia, né agli antiquari che, in quegli anni, cercavano di appagare il loro desiderio di ricostruire le vicende umane andando indietro nel tempo il più possibile, ma piuttosto dare diletto, dare «piacere» agli eventuali lettori. Più che gli elementi di derivazione illuministica e rousseauiana, sembrano quindi emergere le riprese dalla letteratura europea del viaggio sentimentale (si pensi a Sterne,[8] a Barthélemy, a Volney), in cui lo sguardo qui rivolto alla Grecia antica anticipa l’adesione lirica che il mito dell’Ellade conoscerà nei grandi romantici europei.[9]

L’autore stabilisce sin dall’inizio del suo transito un rapporto tra la sua interiorità e l’ambiente esterno, descrive infatti ai destinatari delle sue lettere le emozioni che i luoghi provocano, siano esse determinate da curiosità per ciò che incontrerà o da nostalgia per ciò che ha lasciato come quando, nella Lettera II, scrive con una nota di malinconia che segna il nesso tra occhio e cuore: «salendo una collina, mi assisi sopra una rocca che dominava il porto, ed il territorio di Città Nuova coperto di vigne. Ma non era quello il momento d’occuparmi della Campagna. I miei occhi non sapevano dirigersi che verso il mare: cercava di scoprire le terre d’Adria, indi quelle di Venezia, ma fu inutile, e non potei ritrovarla che nel mio cuore.».

È con la Lettera V che Scrofani, dopo aver costeggiato le coste dalmate che scruta senza particolare interesse considerandole solo un passaggio obbligato verso altra meta, inizia la descrizione del territorio greco; tempi mitici e tempi storici si sovrappongono volgendo lo sguardo ai suoi litorali: alla vista degli scogli Acrocerauni, delle montagne dell’Epiro, della costa corfiota, gli sovvengono i nomi di Alessandro e Pirro, ma anche di Alcinoo, Nausica e Ulisse. E nella Lettera XI si scuote emotivamente di fronte alla scogliera bianca di Leucade, ai cui piedi si infrange un mare sempre inquieto, ricordando la vicenda di Saffo. Tale è lo sgomento da fargli affermare: «Alle porte d’ogni città, si dovrebbe trovare un salto di Leucade: gli amanti disperati ritornerebbero saggi o finirebbero di penare, e i governi sarebbero più tranquilli.».

Non solo i suoi miti e la sua storia, ma tutto il paesaggio greco viene osservato ed introiettato dall’autore. In esso, come entro un orizzonte di convergenza, confluiscono anche nuove letture degli aspetti artistici, archeologici, agricoli, antropologici, folcloristici. Tutto trova una naturale, ordinata disposizione nel testo di Scrofani grazie alla straordinaria disponibilità dell’autore ad accogliere le esperienze più varie e stimolanti.

Nella descrizione di Corfù emerge l’attitudine all’indagine tutta illuministica e il retaggio delle pregresse conoscenze dello scrittore sulle questioni commerciali, egli si chiede: «ma dove vanno a perdersi 300.000 giare d’olio che si estraggono annualmente da Corfù? a Venezia. E 100.000 zecchini che vi lascia ogni anno l’armata veneta? A Venezia. Per chi travagliano i 60.000 abitanti del paese?». Si tratta di uno dei pochi passaggi in cui, in una pausa dalla narrazione, emerge l’atteggiamento critico nei confronti degli abitanti di Corfù, contro i quali Scrofani si lascia andare ad una impennata polemica, accusandoli di cercare «una scusa alla propria infingardaggine», come fanno i popoli poveri e indolenti, incapaci di cambiare lo stato delle cose.

Nella Lettera XV, scritta da Zante, senza che si ravvisi disomogeneità rispetto ai contenuti delle lettere precedenti, trova invece spazio la narrazione di un amore infelice dai risvolti di cronaca. Il mito dell’amore, costante della civiltà e della cultura europea che proprio nel mondo della Grecia arcaica affonda le sue radici, è qui ripreso per essere trama narrativa di una vicenda che ricorda gli amori infelici della quarta giornata del Decamerone. La protagonista è la ventenne Elena Mattaranga, perseguitata dal fantasma di un uomo da cui era stata separata per volontà della famiglia. La narrazione della sua fosca vicenda è funzionale a trasferire alla destinataria della sua lettera un esempio di ciò che l’autore pensa delle donne greche: epigoni di una civiltà ancestrale, preziosa testimonianza di un passato antico, fatto anche di credenze e suggestioni. Nella stessa lettera la forza e la bellezza delle donne zantiote induce l’autore a una categoriale idealizzazione, tanto che scrive: «la bellezza del sesso femminile in un paese è il primo segno d’ospitalità […]. Per conoscere la dolcezza d’un popolo i viaggiatori non dovrebber far altro che osservar prima le donne; se queste son belle devono essere umane e avranno in conseguenza ammansita la naturale ferocia degli uomini».

La visione della Grecia provoca però inevitabilmente anche il confronto fra l’antica grandezza e la presente decadenza, drammaticamente accentuata dalla brutalità dei dominatori turchi, popolo votato all’ignoranza: «Questa è dunque la Grecia?» è l’interrogativo che si pone nella lettera XVII, l’ultima proposta in questa edizione digitale, i cui lo scrittore illustra anche le ragioni del viaggio, legate non alla sola voglia di conoscere, ma anche soprattutto al desiderio di ‘sentire’: «Non poteva io, leggendo gli antichi e i moderni viaggiatori, sapere senza molto stento ciò ch’esiste oggi in Grecia, ciò che vi esisteva una volta? Sì, tutto è vero; ma io non avrei fatto allora altro viaggio che per istruirmi, e voleva farne uno per sentire, aveva bisogno di spossare tutta la sensibilità del mio cuore per vivere con gli uomini d’oggidì; aveva bisogno, per così dire, d’indurirmi contro me stesso a forza di sentire».

Il Viaggio in Grecia, inserendosi nel filone della letteratura filoellenica affermatasi in Europa a cavallo fra Illuminismo e Romanticismo, ha permesso alla critica moderna di individuare nel suo autore un vero e proprio precursore del movimento filellenico siciliano.[10] Il resoconto di Scrofani è un testo ibrido, a metà strada fra opera letteraria e analisi scientifica, fra la rievocazione sentimentale del passato mitologico e interesse per la descrizione dello scenario sociopolitico del tempo. È cioè il frutto di una testimonianza diretta dei mutamenti in atto in quel territorio che da sempre esercitava una forte influenza attrattiva sugli intellettuali europei, in una prima fase per le sue vestigia classiche da riscoprire e successivamente per le vicende geopolitiche e militari di cui fu protagonista.

  1. Si dà qui conto di altre edizioni solo consultate e non utilizzate al fine della trascrizione per l’edizione digitale: Saverio Scrofani, Viaggio in Grecia, a cura di R. Ricorda, con una prefazione di C. Magris, Marsilio, Venezia 1988. In essa si riproducono le lettere XII, XV, XVII, XX, XXII, XXVII trascritte dalla Ricorda secondo l’edizione del 1831. Analogamente alla Ricorda, fa riferimento all’edizione del 1831 anche Carlo Cordié che riproduce un cospicuo numero di lettere nel testo da lui curato: Saverio Scrofani, Viaggio in Grecia, Martello, Milano 1945. Il testo di Scrofani è presente anche tra quelli disponibili gratuitamente online editi dal progetto Manuzio che ha scelto invece di proporre la prima edizione, del 1799, nella sua integrità, includendo anche le viste tipografiche, decisione che l’editore giustifica sostenendo che essa rispecchi «in maniera più genuina e immediata lo spirito di Scrofani viaggiatore». Il testo è consultabile al seguente link: https://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/scrofani/viaggio_in_grecia/pdf/scrofani_viaggio_in_grecia.pdf

    (data ultima consultazione 03 marzo 2019).

  2. Saverio Scrofani, che fu un attento osservatore degli sviluppi della Rivoluzione, nella fase delicata del passaggio tra la chiusura della Costituente e l’inaugurazione della Legislativa, pubblicò nel 1793 un fortunato pamphlet dal titolo Tutti han torto, che suscitò scalpore nell’ultimo decennio del Settecento, tanto da avere fino a quindici ristampe in circa due anni. Nel 1794 pubblicò Tutti han ragione, in cui in continuità con l’opuscolo precedente, analizzava le cause economiche della rivoluzione, illuminando aspetti non secondari della crisi in atto in Francia. Cfr.: C. Capra, V. Castronuovo e G. Ricuperati, La stampa italiana dal ‘500 all’800, Laterza, Bari, 1986, pp. 387 e ss.

  3. Cfr. C. Mutini, Viaggio in Grecia di Saverio Scrofani: ricerche sulle vicende editoriali, in «Annali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università di Roma», a. II, n.2, luglio-dicembre 1962, pp.231-267.

  4. S. Scrofani, Viaggio in Grecia, a cura di Claudio Mutini, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1965, p. XXV.

  5. Carlo Cordié, L’abate Saverio Scrofani e i corrispondenti del Viaggio in Grecia. Con alcune note di Madame De Staë e il “Paragone delle donne francesi con le italiane”, in «La rassegna della letteratura italiana», serie VII, n. 1-2, gennaio-agosto 1981, p. 31.

  6. Cfr. V. De Caprio, Un genere letterario instabile, ediz, Periferia/Centro, Monte Compatri (RM), 1996, p. 10.

  7. M. Cerruti, Il «Viaggio in Grecia» di Saverio Scrofani: un episodio di spicco della metamorfosi dei lumi, in AA. VV., L’occhio e la memoria. Miscellanea di studi in onore di Natale Tedesco, Palermo, Editori del Sole, 2004, pp. 250 e ss.

  8. Proprio di Sterne, nel 1792, Scrofani aveva finito di tradurre il Viaggio sentimentale.

  9. Cfr. C. Spalanca, Verso l’Europa: il Viaggio in Grecia di Saverio Scrofani, in AA. VV. Studi in onore di Nicolò Mineo, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania, 2005-2008, tomo IV, pp.1797-1810.

  10. Sull’argomento si veda Arnaldo Di Benedetto: Le rovine d’Atene: Letteratura filellenica in Italia tra Sette e Ottocento, in «Italica», vol. 76, N°. 3, 1999, pp. 335-354.