Mario Praz – IT

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Mario Praz – IT

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Introduzione a cura di R. Nicolì

La presente edizione digitale, per la Biblioteca di POLYSEMI, riproduce due capitoli (il primo dal titolo Preludio alla Grecia e l’ultimo intitolato Sul Jonio in volo), del testo Viaggio in Grecia di Mario Praz, edito per Shakespeare and Kafka, nel 1991.[1]

L’autore,[2] dai talenti molteplici fra loro intersecati, è considerato tra i più grandi anglisti e tra i più eclettici critici letterari del Novecento; la vastità della sua opera, la cui bibliografia completa degli scritti è costituita da oltre 2600 voci,[3] è forse unica nella letteratura italiana.

Anche con questo breve testo, ci consegna pagine, al perfetto incrocio tra saggio e prosa d’arte piena di erudite divagazioni, frutto di una inquieta curiosità intellettuale. Se per alcuni, per lo più detrattori, gli scritti di Praz sono spesso un groviglio in cui si sovrappongono metodi di studio troppo diversi tra loro,[4] per queste pagine di viaggio, vale certo più quanto sostiene, nel suo recentissimo lavoro monografico, Raffaele Manica:[5] «La prosa di Mario Praz è un modo conoscitivo in sé che va oltre la vastità delle esperienze accumulate nel corso di una vita e consegnate a tanti libri: ha tratti spiccati, perfino abnormi, e dunque tali da farsi identificare a vista: Praz è uno stile, oltre che un conoscitore capace di variare dagli oggetti alla storia delle idee.»

Il suo viaggio in Grecia si svolse nel 1931 e lo scrittore si approcciò a quell’esperienza con le stesse modalità con cui i giovani del XVIII secolo si predisponevano alla formativa esperienza del Grand Tour, desideroso cioè di rincorrere i miti antichi.[6] L’anno prima, nel 1930, Praz compilava la voce dell’Enciclopedia Treccani relativa a Byron[7] e scriveva l’ultimo di una serie di articoli sul poeta inglese,[8] esaltandone il mito, l’eroe che porta alle estreme conseguenze la propria esperienza di vita. Byron viene elevato a simbolo della lotta per la libertà contro l’oppressione e la tirannide quando, persuaso dall’amico John Hobhouse, abbraccia i principi dell’associazione londinese filoellenica a sostegno della guerra d’indipendenza greca contro l’Impero ottomano e si reca a Cefalonia.

Il viaggio in Grecia – come suppone Marcello Staglieno[9] – è forse da considerarsi per Praz un tassello necessario per toccare con mano cosa restava un secolo dopo la morte di Byron, il «vero cavaliere d’Omero secondo il gusto di Alfieri» che «s’era fatto fabbricare dei fac-simili dell’elmo d’Achille per sbarcare degnamente in Grecia» e a cui l’autore immancabilmente pensa, passando in volo su Missolungi.

Praz scruta la realtà come un testimone, ne individua metafore e significati profondi; della Grecia, dopotutto, in tanti cercavano in quegli anni di cogliere, come egli scrive, «il contrasto tra la grandezza passata e la presente miseria».[10]

Il suo viaggio in Grecia ebbe in realtà tempi molto contratti. Era accaduto con il reportage spagnolo Penisola pentagonale di ricevere qualche biasimo da parte della critica che non trovava proporzionato il tempo breve del soggiorno al contenuto del testo, quindi Praz, viaggiatore estroverso, mobile e curioso, sente la necessità questa volta di avvertire il lettore che spesso le prime impressioni sono anche le più vere. Il libro, anche nella sua brevità, dimostra infatti, oltre tutta l’eccentricità controtendenza del suo autore, anche ricchezza di erudizione e predilezione per il non consueto. Si tratta di una scrittura all’incrocio delle discipline, dei saperi, delle idee, che segue nessi non sempre prevedibili.

Non siamo, con il Viaggio in Grecia, alla mescolanza di grottesco e incongruo che fece coniare a Edmund Wilson l’aggettivo, poi divenuto celebre, di «prazzesco», (si pensi ad altri saggi quali Bellezza e bizzarriaIl giardino dei sensiLa crisi dell’eroeLettrice notturnaPerseo e la Medusa, Il patto col serpente, Mnemosine). Ciò che qui domina è il bilancio delle bellezze e del degrado spostato decisamente verso questo, un malinconico senso del tempo, in cui il presente è totalmente assorbito dal vagheggiamento della ricchezza di ieri. Praz guarda la Grecia e ne vede la povertà, ne sente la miseria e avverte il sentimento che mai si sarebbe aspettato di trovare nella “terra degli dei”: la pietà. L’autore registra il divario presente tra l’idea che il viaggiatore del Novecento aveva della Grecia, un’Ellade nutrita di miti classici, e la realtà incontrata, deludente e vittima di un progressivo abbandono: è lo scheletro che resta una volta scartato l’immenso spazio dedicato ai suoi miti.

Due sole città meritano di essere chiamate tali secondo gli occidentali parametri: Atene e Patrasso, per il resto signoreggiano desolazione e sconcerto, «Miseria, malaria, stracci, volti gonfi o scarniti, guance gialle e occhiaie livide, teste rognose e labbra balbettanti, mani nervose che segnano l’eterno kambológion, il rosario di finta ambra a ingannare il tempo senza valore, occhi torbidi dallo sguardo tra astuto ed abietto; donne vestite di poveri cenci, colla pezzuola avvolta intorno al volto dai larghi zigomi, messe a spaccare pietre su quelle strade che non saranno mai in ordine».

Quanto le pagine di Mario Praz risentano di una propaganda in atto in quegli anni in Italia è difficile da stabilire: nei contributi più allineati e nella divulgazione culturale ufficiale, la supremazia di Roma, di cui lo studioso aveva il culto, a meno di un decennio prima del secondo conflitto mondiale, andava affermandosi sempre più a discapito della Grecia antica, spesso esprimendosi proprio rielaborando la distanza tra i Greci moderni e quelli antichi.[11] Anche Alberto Moravia, direttosi in Grecia nel 1938, dimostra come si potesse facilmente assorbire la cultura dominante: «Troppo spesso chi si reca in Grecia si illude di ritrovare non troppo degeneri gli ultimi discendenti dei Greci antichi».[12]

Tutto ciò che Praz incontra viene collocato nel quadro più ampio delle sue letture preparatorie. In lui si incarna compiutamente quella «deliberata volontà di veder altro» di cui Montale aveva parlato già nel 1928, riferendosi alla Penisola pentagonale[13]: il passato in Grecia può esistere solo se valorizzato da un presente in grado prima di tutto di risanare se stesso: «Se c’è bisogno di missioni in Grecia, c’è prima di tutto bisogno di missioni per demolire tutto ciò che s’è mal costruito nell’età moderna, e ricostruire e risanare». Prende così le distanza da quei viaggiatori diretti in Grecia che, con gli stralci dell’inno omerico in tasca, come D’Annunzio, proiettano di se stessi l’immagine di declamatori del nulla.

La seconda parte del Viaggio qui proposta è l’ultima del libro. L’autore è in transito da Olimpia a Patrasso nel giorno del Venerdì Santo della Pasqua ortodossa, l’antico retaggio del sacrificio animale si scontra con l’inautentica – in questo caso – sensibilità moderna: ad ogni stazione irrompono, quasi in contemporanea, i lamenti degli agnelli, «con cui i moderni Elleni continuavano a propiziare la divinità con sacrifici cruenti, come nei tempi dei tempi», e il lamento di una grassa donna tedesca che davanti allo scempio delle interiora degli animali, per i quali intenerita piagnucola, riesce ad addentare con disinvoltura grottesca una coscia di pollo.

La descrizione della processione, con la sua ostentata e ovvia “grammatica” della sacralità, offre invece un’antinomia sonora: ai canti solenni intonati dai gruppi in ordine stabilito fa da contraltare il cicaleccio disomogeneo della restante folla, un po’ come accade anche altrove, nei Sud d’Europa: «Pensai alle processioni spagnole e a quelle del nostro Mezzogiorno», scrive infatti Praz.

Per ritornare in Italia, il mezzo utilizzato è un idrovolante. La vista dello Jonio e degli ultimi lembi di Grecia offrono le loro forme «che gli occhi della Storia hanno scrutato per secoli» e rendono l’esperienza del viaggio in volo sorprendente ed esteticamente appagante.

Mentre le storie dei miti sono rievocate dai suoni dei nomi dei luoghi sorvolati, dominano le impressioni visive offerte dal mare che ha tutte le sfumature possibili di colore, dal turchino all’azzurro, dal grigio al verde smeraldo, a seconda che circondi Itaca o Leucade o Paxos. È in quelle ultime pagine di saluto alla Grecia, liricheggianti e divagatorie, che si scatena la vivacità dello scrittore intento, da quel punto di vista speciale, a cogliere i colori di cielo, terre e mare, a definire atmosfere, a inseguire citazioni, da Tucidide a Berchet, da Byron a Virgilio ad Omero, ovviamente. I quadri dei paesaggi confluiscono uno nell’altro senza interruzione, dalle isole greche alla Puglia con le sue case bianche «come torri d’avorio immacolato», sparse sulla «landa cretosa e screpolata del tavoliere». Più di quaranta anni dopo, il celebre anglista stenderà a quattro mani con Folco Quilici il volume cartaceo dedicato alla Puglia, ulteriore sviluppo del progetto che prevedeva la realizzazione di una serie di film documentari dedicati alle regioni d’Italia, L’Italia vista dal cielo, e confermerà le impressioni pugliesi di quel suo primo volo di ritorno dalla Grecia: «L’immenso piano della campagna, leggermente ondulato, il mare così maestoso, il cielo così infinito e sereno costituiscono una trinità grandiosa e singolare».[14]

Ma poiché, come dice Stagliano nella sua postfazione, «assai più congeniali delle “nudità naturali” gli erano le strutture architettoniche», l’ultimo meraviglioso intarsio descrittivo è per Castel del Monte, il «sonetto di pietra» sorvolando il quale, in un guizzo associativo, nella rievocazione del mito di Anfione che attirò e ordinò le pietre dei monti, la Grecia appena lasciata ritorna, perché infondo è vero che è più grande di quanto non dicano i suoi confini.

  1. Il testo apparve per la prima volta sull’ «Ambrosiano», dall’aprile al giugno del 1931, poi come libro dal titolo Viaggio in Grecia: diario del 1931, Roma, Ed. di lettere e viaggi, 1942.

  2. Una dettagliata biografia del critico è disponibile online su sito della Treccani al link: http://www.treccani.it/enciclopedia/mario-praz/ data ultima consultazione 2 luglio 2019.

  3. Cfr. V. e M. Gabrieli (a cura di), Bibliografia completa degli scritti di M. Praz, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1966, nuova ed. 1997.

  4. Particolarmente celebre è l’opinione feroce di Benedetto Croce, che nel 1931, lo stesso anno del viaggio in Grecia di Praz recensì la sua La carne la morte e il diavolo sulla rivista «La critica», XXIX, 2, 20 marzo 1931, pp. 133-134.

  5. R. Manica Praz, ItaloSvevo, Trieste-Roma, 2018. Si tratta del più recente testo monografico dedicato all’autore.

  6. Cfr. M. Staglieno, La Grecia e altri viaggi, postfazione a M. Praz, Viaggio in Grecia, Shakespeare and Kafka, Roma, 1991, p. 89.

  7. Disponibile online al link: http://www.treccani.it/enciclopedia/george-gordon-byron_(Enciclopedia-Italiana)/ data ultima consultazione 3 luglio 2019.

  8. M. Praz, Lord Byron, in «La cultura» Roma, 1930

  9. Cfr. M. Staglieno, postfazione a La Grecia e altri viaggi, cit.

  10. M. Praz, Il mondo che ho visto, Adelphi, Milano, 1982, p. 4.

  11. Cfr. A. Coppola, L’immagine della Grecia in età fascista, «Anabases», n. 23, Anno 2016, p. 169-174.

  12. E. Siciliano (a cura di), Alberto Moravia. Viaggi. Articoli 1930-1990, con introduzione di E. Siciliano e postfazione di T. Tornitore, Meridiani Mondadori, Milano, 1972, p. 387-457.

  13. E. Montale, recensione a Penisola pentagonale in «Solaria», marzo 1928.

  14. M. Praz e F. Quilici, Puglia, Milano, Amilcare Pizzi Editore, 1974, p. 7.