L’isola Degli Scrittori

L’isola Degli Scrittori

[Tedesco]

[Spagnolo]

Corfù: Benitses, Kanoni, Kassiopi, Paleocastrizza, Kalami.

L’isola di Corfù, che da sempre attira numerosi viaggiatori per le sue bellezze paesaggistiche e artistiche, è anche una delle isole più amate e descritte dagli scrittori. Fiumi d’inchiostro sono stati versati su questa bella isola greca, da Omero, a prestar fede all’identificazione di Corfù con la Scheria dei Feaci, passando per Boccaccio e Shakespeare – che pare immaginò qui svolgersi la Tempesta – sino ai novecenteschi Cecchi, Romano e Mario Praz, per citarne solo alcuni. In particolare, si innamorarono di Corfù i fratelli Gerald e Lawrence Durrell, che vi si erano trasferiti dall’Inghilterra nel 1935. Il più giovane dei due, Gerald, destinato a diventare un famoso naturalista, ambientò sull’isola un suo libro di grande successo: La mia famiglia e altri animali, da cui recentemente è stata tratta anche una serie televisiva molto apprezzata da pubblico e critica; Lawrence, il fratello maggiore, scrittore e poeta di fama internazionale, fece di Corfù la protagonista di alcuni dei suoi più noti capolavori letterari, come La grotta di Prospero: una guida al paesaggio e ai costumi dell’isola di Corfù e The Greek Islands. Non rimase indenne alla bellezza di Corfù neanche il famoso scrittore statunitense Henry Miller che, ospite proprio di Lawrence Durrell nel 1939, soggiorno sull’isola. Dal ricordo di quell’esperienza, che portò lo scrittore in giro per la Grecia per nove mesi, nacque il suo libro, quasi un diario di viaggio, Il Colosso di Marussi.

In questo breve itinerario proponiamo al viaggiatore di scoprire il fascino di Corfù che incantò questi scrittori, ripercorrendo i luoghi descritti nei loro libri.

Mettiamo però in guardia il viaggiatore, quel fascino e quelle atmosfere di cui andremo alla ricerca sono – come scritto da Gerald Durrell – riassumibili in quanto riportato in alcune mappe inglesi dell’epoca dell’Ammiragliato in cui si mostrava «in grande l’isola e la costa limitrofa. Infondo c’era una piccola leggenda che diceva: AVVISO: poiché le boe che segnalano le secche sono spesso fuori posto, si raccomanda ai naviganti di stare in guardia quando si rasentano queste coste» (G. Durrell, La mia famiglia e altri animali)

La scoperta della bellezza di Corfù comincia per molti viaggiatori, compresi i nostri scrittori, dal mare, quando si sta per approdare sull’isola e dal ponte della nave o dal finestrino della propria cabina se ne cominciano ad intravedere i contorni.

Gerald Durrell descrisse questo momento, questa epifania, con parole che ben si adattano a descrivere ciò che vedrà il viaggiatore che, seguendo questo itinerario, arriverà a Corfù via mare e, all’alba, si affaccerà sul ponte del traghetto:

[…] Il mare gonfiava i suoi azzurri e levigati muscoli ondosi mentre fremeva nella luce dell’alba, e la schiuma della nostra scia si allargava delicatamente dietro di noi come la coda di un pavone bianco, tutta scintillante di bollicine. Il cielo era pallido, con qualche pennellata gialla a oriente. Davanti a noi si allungava uno sgorbio di terra color cioccolata, una massa confusa nella nebbia, con una gala di spuma alla base. Era Corfù, e noi aguzzammo gli occhi per distinguere la forma delle sue montagne, per scoprirne le valli, le cime, i burroni e le spiagge, ma non ne vedemmo che i contorni. Poi, tutt’a un tratto, il sole spuntò sull’orizzonte e il cielo prese il colore azzurro smalto dell’occhio della ghiandaia. Le infinite e meticolose curve del mare si incendiarono per un istante, poi si fecero d’un intenso color porpora screziato di verde. La nebbia si alzò in rapidi e flessibili nastri, ed ecco l’isola davanti a noi, le montagne come se dormissero sotto una gualcita coperta scura, macchiata in ogni sua piega dal verde degli ulivi. Lungo la riva le spiagge si arcuavano candide come zanne tra precipiti città di vivide rocce dorate, rosse e bianche. Doppiammo il promontorio, le montagne scomparvero e l’isola si trasformò in un declivio dolce, macchiato dall’argentea e verde iridescenza degli ulivi, interrotta qua e là dal dito ammonitore di un cipresso stagliato contro il cielo. (G. Durrell, La mia famiglia e altri animali)

Al viaggiatore che invece decida di raggiungere Corfù in aereo, lo spettacolo dell’arrivo sull’isola non apparirà meno bello, così lo descrisse negli anni ‘30 del Novecento Mario Praz, famoso anglista e critico d’arte, nel corso di un suo viaggio in Grecia:

Nuvole dai riflessi di piombo strisciano sopra Corfù. I biancastri promontori dell’isola sfilano in basso, a sinistra. Oltre la plumbea nube si scopre un promontorio azzurro nel sole. Giochi d’ombre e di luce sulla bella isola verde, un lembo di sabbie fulve a occidente, sul mare aperto; e infine la città con le sue fortezze, i suoi grigi tetti antichi e i suoi cipressi, e, di fronte alla rada, un’isoletta simile a una distesa pelle di toro. Tra noi e la terraferma passano veli irridescenti; in uno strappo si mostra un quieto laghetto tra i monti.

Ci abbassiamo; il motore tambureggia, l’idrovolante si tuffa sotto ondate di nuvole, tra i monti dell’isola. Per un momento tutto è opaco intorno; poi uno squarcio di turchino intenso, e questa terra che mi lascio alle spalle, con queste isolette che ne sono la fuggente retroguardia, è l’ultimo lembo di suolo greco. Ma non è un saluto da dio che mi viene alle labbra. Perché la Grecia è più grande; noi occidentali la portiamo nell’anima anche sotto le più inospiti latitudini. (M. Praz, Viaggio in Grecia)

Corfù, veduta

Sia che si arrivi in traghetto o in aereo la città di Corfù è lì che attende il viaggiatore con le sue «case ammucchiate a casaccio, persiane verdi spalancate come ali di mille farfalle» (G. Durrell, La mia famiglia e altri animali)

L’architettura della città – ci racconta Lawrence Durrell – è di impronta veneziana:

Le case sopra il vecchio porto sono elegantemente disposte in sottili file attraversate da vicoli stretti e colonnati; rosso, giallo, rosa, terra d’ombra: un miscuglio di sfumature pastello che alla luce della luna conferiscono alla città un aspetto bianco abbagliante come quello di una torta nuziale (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

The houses above the old port are built up elegantly into slim tiers with narrows alleys and colonnades running between them; red, yellow, pink, umber – a jumble of pastel shades which the moonlight transforms into a dazzling white city built for a wedding cake. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

L’elegante e insieme colorato centro storico di Corfù non potrà lasciare indifferente il viaggiatore a cui consigliamo di percorrerne i vicoli e, inseguito, di fermarsi in uno dei tanti cafè che si trovano sul Liston, la lunga strada porticata costruita dai Francesi ad immagine della Rue de Rivoli di Parigi sull’ampia e verdeggiante piazza della Spianada. In questi bar e locali aveva l’abitudine di fermarsi anche il famoso scrittore newyorkese Henry Miller che, in compagnia dell’amico Lawrence Durrell, vi passava interminabili serate «seduto a bere qualcosa che non hai voglia di bere» (H. Miller, Il Colosso di Marussi).

Tra i vicoli del centro storico si distingue chiaramente il campanile, con la sua cupola rossa che ricorda san Giorgio a Venezia, della chiesa di San Spiridione, il patrono di Corfù.

Corfù, Liston

Corfù, centro storico, veduta della torre della chiesa di San Spiridione

Un santo molto venerato dai corfioti, cui dedicano ben quattro processioni nel corso dell’anno, durante le quali la città si riempie di devoti o semplici curiosi: le strade si colorano delle tinte sfolgoranti dei sontuosi abiti dei monaci e preti ortodossi e tutta l’isola risplende nella luce dei fuochi d’artificio. Non è facile spiegare al viaggiatore i rituali e l’atmosfera bizantina con cui è vissuta la devozione per questo santo, lasciamo allora che sia Gerald Durrell, che il giorno di San Spiridione si ritrovò, con la sua bizzarra famiglia, nel bel mezzo della città festante, a raccontarci con quanto trasporto la popolazione ne venera le reliquie che si conservano nella chiesa a lui dedicata.

Scrive il giovane Durrell:

La città era più affollata e più chiassosa del solito, ma non avevano alcun sospetto che stesse accadendo qualcosa di speciale […]. Domandai a una vecchia contadina che mi stava accanto che cosa stesse succedendo, e lei mi guardò tutta raggiante d’orgoglio.

«È Santo Spiridone, kyria» mi spiegò. «Oggi possiamo entrare in chiesa a baciargli i piedi». Santo Spiridione era il patrono dell’isola. Il suo corpo mummificato era chiuso in una bara d’argento nella chiesa […]. Era un santo molto potente e in grado di esaudire le preghiere, di curare le malattie e di fare per la gente un mucchio di altre cose prodigiose, se uno aveva la fortuna di trovarlo nello stato d’animo giusto quando gliele chiedeva. Gli isolani lo venerano, e metà degli abitanti maschi dell’isola si chiamano Spiro in suo onore. Quel giorno era un giorno speciale, evidentemente avrebbero aperto la bara e consentito ai fedeli di baciare i piedi della mummia, chiusi nelle loro babbucce, e di chiedere al santo tutto ciò che volevano. La varietà della folla dimostrava quanto i Corfioti amassero il loro santo […]. Questo cupo e multicolore cuneo di umanità si muoveva lentamente verso la porta oscura della chiesa, e noi fummo sospinti avanti, travolti come una colata di lava. […] L’interno era buio come un pozzo, illuminato soltanto da una serie di candele che baluginavano come crochi gialli lungo la parete. Un prete barbuto, con l’alto cappello e le vesti nere, aleggiava come un corvo nella penombra, facendo disporre la folla in una sola fila che attraversava la chiesa, passava davanti alla grande bara d’argento e usciva in strada da un’altra porta. […] Non appena raggiungeva la bara, ognuno si chinava, baciava i piedi e mormorava una preghiera, mentre in cima al sarcofago la faccia nera e disseccata del santo spiava attraverso un pannello di vetro con un’espressione di profondo disgusto. Era sempre più chiaro che, lo volessimo o no, avremmo baciato i piedi di Santo Spiridione. (G. Durrell, La mia famiglia e altri animali )

Con la benedizione di Spiridione proseguiamo il nostro itinerario alla scoperta dell’isola tanto amata da scrittori e poeti.

Scrive Lawrence Durrell:

Corcyra è blu e oro veneziano, completamente sbiadita dal sole. […] Le valli meridionali sono dipinte in modo audace da pennellate di giallo e rosso, mentre gli alberi di Giuda punteggiano le strade con le loro polverose esplosioni di viola. Ovunque tu vada puoi sdraiarti sull’erba; e anche le nude sponde settentrionali dell’isola sono ricche di alberi di ulivo e sorgenti minerali. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

Corcyra is all Venetian blue and gold – and utterly spoilt by the sun. […] The southern valleys are painted out boldly in heavy brush-strokes of yellow and red while the Judas trees punctuate the roads with their dusty purple explosions. Everywhere you go you can lie down on grass; and even the bare northern reaches of the island are rich in olives and mineral springs. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

Circondati da questo paesaggio viaggiamo lungo la costa meridionale, seguendo la strada che collega Perama al bel villaggio di Benitses. Qui, in posizione panoramica, a soli 4 km a sud di Corfù città, si trova la villa dove inizialmente la famiglia Durrell andò a vivere quando arrivò in Grecia dall’Inghilterra nel 1935. L’abitazione, che Gerald Durrell chiama nel suo libro «la villa color rosa fragola» (The Strawberry Pink Villa), sebbene conservi poco dell’aspetto originale, può essere oggi affittata dal viaggiatore tramite Airbnb.

Il paesaggio circostante conserva ancora molto del fascino descritto da Gerald Durrell:

La collina e le valli tutt’intorno erano un piumino di uliveti che balenavano come pesci guizzanti nei punti dove la brezza sfiorava le foglie. A metà pendio, protetta da un gruppo di cipressi alti e sottili, era annidata una piccola villa color rosa fragola, come un frutto esotico che ammicchi tra il verde. I cipressi ondeggiavano gentilmente nella brezza, come se per il nostro arrivo fossero intenti a dipingere il cielo di un azzurro ancora più vivido. (G. Durrell, La mia famiglia e altri animali)

La zona di Benitses è famosa anche per le sue belle spiagge di sabbia e ciottoli, consigliamo al viaggiatore di addentrarsi nelle radure e nei boschetti delle colline che degradano dolcemente sino al mare, alla ricerca di qualche baia o insenatura naturale, proprio come aveva l’abitudine di fare il giovane Gerald in compagnia del suo fidato cane Roger:

Un pomeriggio, in una calura languida in cui sembrava che tutto dormisse all’infuori delle cicale, Roger e io ci incamminammo per vedere fin dove riuscivamo ad arrampicarci sulle colline prima che facesse buio. Attraversammo gli uliveti, striati e chiazzati di un sole abbagliante, dove l’aria era afosa e immobile, e finalmente, usciti dai boschi, ci inerpicammo su un nudo picco roccioso dove ci sedemmo a riposare. L’isola sonnecchiava sotto di noi, scintillante come un acquerello appena dipinto, nella foschia dell’afa: ulivi grigioverdi, cipressi neri, rocce multicolori lungo la costa, e il mare levigato e opalescente d’un azzurro martin pescatore, verde giada, con qualche lieve increspatura sulla sua superficie liscia dove si incurva intorno a un promontorio roccioso e fitto di ulivi. Proprio sotto di noi c’era una piccola baia lunata col suo bordo di sabbia bianca, una baia così bassa e con fondo di sabbia così abbagliante che l’acqua era di un azzurro pallido, quasi bianco. (G. Durrell, La mia famiglia e altri animali)

Sempre nei pressi di Benitses, su una collina che domina il paesaggio, il viaggiatore potrà visitare l’Achilleion, la dimora dalle forme ostentatamente neo-classicheggianti pompeiane, dove amavano soggiornare l’imperatrice Elisabetta d’Austria, più nota come Sissi, e, in seguito, anche il Kaiser Gugliemo II di Germania. Questo luogo, sebbene ancora oggi apprezzato da molti turisti, non piacque per niente allo scrittore Henry Miller che ne colse appieno l’atmosfera insieme decadente e pacchiana. Così scrive:

Corfù è un tipico luogo di esilio. Il kaiser soggiornava qui prima di perdere la corona. Una volta feci il giro del palazzo per vedere com’era. A me tutti i palazzi sembrano una lugubre tetraggine, ma questo manicomaniale del Kaiser era la peggior cianfrusaglia su cui mi sia mai capitato di posare gli occhi. Sarebbe un ottimo museo di arte surrealista. (H. Miller, Il Colosso di Marussi)

Achilleion

(CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=142739)

Non sappiamo se il viaggiatore in visita all’Achilleion condividerà il giudizio di Miller, ma siamo certi che, come il romanziere statunitense, resterà incantato dalla vista che si gode dai suoi terrazzi e giardini sulla baia di Kanoni, scrive Miller: «[…] di fronte al palazzo abbandonato c’è una località chiamata Kanoni, da dove si ha la veduta sulla magica Toten Insel».

La Toten Insel, a cui si riferisce Miller, è l’isolotto di Pontikonissi, secondo molti il luogo a cui si ispirò il pittore simbolista Böcklin per il suo celebre quadro Toten Insel cioè l’isola l’Isola dei morti.

L’isolotto di Pontikonissi

(Di Sascha Askani – photo taken by Sascha Askani, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=204175)

Arnold Böcklin, L’isola dei morti (terza versione)

Questo luogo, indiscutibilmente suggestivo, è poco più di un’alta scogliera sul mare circondata da un boschetto di cipressi, raggiungibile in barca dal molo su cui sorge il bianco Monastero della Vlacherna, che visto da lontano, sembra anch’esso un’isola circondata dal mare. I greci, molto meno romanticamente, chiamano Pontikonissi l’Isola dei Topi e, secondo una tenace tradizione, sarebbe uno dei luoghi cantati nell’Odissea.

L’Isola dei Topi, veduta

Ci racconta qualcosa di più su questa leggenda Lawrence Durrell:

Nel bagliore della baia si erge l’Isola dei Topi, di un tale romanticismo di linee e forme (monastero bianco, monaci, cipressi) che sfida la pittura e l’obiettivo, così come la parola più debole. Questa roccia pietrificata è la barca [dei Feaci], dicono, trasformata in pietra come punizione per aver portato Ulisse a casa. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

In the dazzle of the bay stands Mouse Island whose romance of line and form (white monastery, monks, cypresses) defies paint and lens, as well as the feebler word. This petrified rock is the boat, they say, turned to stone as a punishment for taking Ulysses home. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

Gran parte del fascino di Corfù, che ci siamo ripromessi di far scoprire al viaggiatore nel corso di questo itinerario, è legato in vario modo alle suggestioni omeriche di molti luoghi dell’isola, non solo di Pontikonissi, che come anticipato da Durrell altro non sarebbe che la nave dei Feaci pietrificata da Poseidone nell’Odissea. Lasciamoci introdurre in questi siti leggendari dallo scrittore inglese:

In questo paesaggio gli oggetti osservati conservano ancora una sorta di forma mitologica – e nonostante cronologicamente ci separino da Ulisse centinaia di anni, viviamo ancora nella sua ombra. […], gli archeologi vanno e vengono, ognuno con la loro Odissea tascabile e l’ignoranza del greco moderno. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

In this landscape observed objects still retain a kind of mythological form – so that through chronologically we are separated from Ulysses by hundreds of years in time, yet we dwell in his shadow. […] the archeologist come and go, each with his pocket Odyssey and his lack of modern Greek. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

Corfù è da sempre identificata con l’omerica Scheria, l’isola dei Feaci, nella quale «l’eroe dal multiforme ingegno» approdò dopo aver lasciato Ogigia e la ninfa Calipso. Nel libro VI dell’Odissea, si racconta che Ulisse, naufragato sulle coste dell’isola, incontrò la bella Nausicaa, che si era recata con le sue ancelle sulla spiaggia per giocare a palla. La bella principessa condusse l’eroe presso la reggia del padre, Alcinoo, il re dei Feaci. «A sud della città di Corfù, – scrive Durrell – la penisola di Paleopolis, dovrebbe essere il sito dove sorgeva l’antica città; ma non è rimasto nulla dei portici, delle fontane e delle colonne della favolosa capitale».(L. Durrell, Prospero’s Cell. A guide to the landscape and manners of the island of Corfu)

«South of Corfu town, the peninsula of Paleopolis is supposed to be the site of the ancient town; but there is nothing left of the arcades and the fountains and columns of the fabulous capital».(L. Durrell, Prospero’s Cell. A guide to the landscape and manners of the island of Corfu)

«Tre città – continua lo scrittore – si contendono Ulisse e Nausicaa; Kassiopi a nord, con il suo gigantesco platano e il suo buon porto, la sua fortezza cresciuta tra i lecci dove le capre pascolano tutto il giorno, avrebbe potuto benissimo essere il luogo per una tale fantasia», la già citata Isola dei Topi, e in fine il luogo più probabile «è Paleocastrizza, intrisa dell’argento degli olivi, sulla costa nord-occidentale. La piccola baia giace come in uno stato di sospensione, esaltata dalla sua straordinaria perfezione a cui concorrono la luce, l’aria, il mare blu e i cipressi ». (L. Durrell, Prospero’s Cell. A guide to the landscape and manners of the island of Corfu)

Three towns contend for Ulysses and Nausicaa; Kassiopi in the north, with is gigantic plane-tree and good harbour, its bluff ilexgrown fortress where the goats graze all day, might have well been a site for such a fantasy, la già citata Isola dei Topi e «Last and most likely is Paleocastrizza, drenched in the silver of olives on the north-western coast. The little bay lies in a trance, drugged with its own extraordinary perfection – a cospiracy of light, air, blue sea, and cypresses». (L. Durrell, Prospero’s Cell. A guide to the landscape and manners of the island of Corfu)

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Jean Veber, Ulisse e Nausicaa

Invitiamo dunque il viaggiatore a recarsi in questi luoghi magici dell’isola: iniziamo da Kassiopi, ancora oggi un ameno villaggio di pescatori che si trova nella parte settentrionale di Corfù.

Le origini di questo borgo risalgono ai tempi romani e grazie alla sua posizione, in un’insenatura riparata dalle correnti dello stretto di Butrinto, era diventato un porto molto frequentato dai naviganti del passato e dai pellegrini medievali che si dirigevano a Oriente. Sono molte le leggende e le storie che si racconto su Kassiopi e non tutte legate ad Ulisse e Nausicaa. I diari di viaggio medievali raccontano che un tempo qui fioriva una potente città distrutta a causa delle esalazioni mortifere di un drago che si era accanito contro la popolazione, dedita anticamente a pratiche sodomitiche. I marinai e i pellegrini avevano l’abitudine, quando riparavano nella baia, di pregare in una piccola cappella dedicata alla Vergine, perennemente illuminata da una lampada da cui si credeva stillasse un olio prodigioso in grado di guarire ogni febbre. Con il tempo si diffuse anche la leggenda della presenza, in questa cappella, di un’icona miracolosa dipinta dall’evangelista San Luca, icona nota come la Vergine di Casopoli.

Corfù, baia di Kassiopi

Kassiopi, Cappella della Vergine di Casopoli, interno.

La cappella, così famosa nel passato, è ancora visitabile, anche se poco rimane del suo aspetto originario, poiché l’edificio subì gravi danneggiamenti nel corso del XVI secolo, a causa delle incursioni berbere. La devozione per la chiesetta era tale che fu prontamente ricostruita dai Veneziani nel 1590. Dell’icona considerata miracola non resta che il ricordo, ma il viaggiatore potrà indovinarne l’aspetto grazie a una copia realizzata tavola nel XVII secolo che è diventata un oggetto di culto molto caro alla popolazione.

Le rovine di un castello, probabilmente di origine bizantina, dominano dall’alto la baia di Kassiopi conferendo al luogo un aspetto romantico e pittoresco. Dalla via principale del villaggio parte una strada che s’inerpica su un’altura, in cima alla quale, in parte avvolte dalla vegetazione, il viaggiatore potrà visitare questa rocca che nel corso dei secoli è stata un importante presidio difensivo normanno, angioino e veneziano.

Kassiopi, Castello

Rovine del castello di Kassiopi

By Dr.K., CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68635379

Anche Lawrence Durell subì il fascino del posto e così scrisse:

Kassiopi, tra gli altri candidati, ha uno stile interamente suo. […] Il villaggio trova il suo asse in un albero gigante la cui ombra cade ugualmente sulla taverna e sulla chiesa. Un buon porto, Kassiopi è l’approdo delle lampare dei pescatori, e sotto l’antica fortezza le onde si infrangono su sporgenze di candido granito e archi di ciottoli abbaglianti. Spiagge vuote a nord e sud ti stordiscono per il loro silenzio e il loro vuoto e per la forma a uovo perfetta dei ciottoli. Qua e là, nelle chiazze di sabbia, si possono vedere gli strani ideogrammi lasciati dai piedi dei gabbiani, i soli visitatori.

Visitatori, in passato, giunsero qui da Roma per estati di indolenza e solitudine. […] E qui il folle flaccido Nerone (che si era trasformato da debole essere umano in un simbolo di regalità e di tutti i suoi mali) cantava e danzava orribilmente ai piedi dell’antico altare di Zeus. […] (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

Kassopi among the other candidates, has a style entirely its own. […]. The village finds its axis in a giant tree whose shadow falls equally upon the tavern and the church. A good harbour, Kassiopi is the port of call for the carbide fishers, and under the ancient fortress the waves shatter themselves upon ledges of clean granite and arcs of dazzling pebbles. Empty beaches to the north and south stun you by their silence and emptiness, and the egg-like perfection of pebbles. Here and there, in patches of sand, you may see the weird ideograms left by the feet of herring-gulls, the only visitors.

Visitors from Rome came here in the past for summers of indolence and solitude. […] and here the mad flabby Nero (who had translated himself from a weak human being into a symbol of kingship and all its evils) sang and danced horribly at the ancient altar to Zeus. […] (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

Un ultimo consiglio di Durrell:

“Kassiopi deve essere visto in un giorno di festa”, when it is possible to see the folkloric dances of women, dressed in traditional clothes, who tread hypnotically in a circle and whose songs mingle with the sound of the bagpipes and fiddles or the drum beat.

“Kassopi must be seen on a festival day”, when it is possible to see the folkloric dances of women, dressed in traditional clothes, who tread hypnotically in a circle and whose songs mingle with the sound of the bagpipes and fiddles or the drum beat.

Da Kassiopi l’itinerario procede in direzione di Paleocastrizza, sul versante occidentale dell’isola, uno dei luoghi più belli di Corfù.

Baia di Paleokastrizza (CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1488567)

Oltre alle sue bellissime spiagge e al panorama che si gode in cima alle sue colline, che permettono allo sguardo di spaziare sui due mare di Corfù, Adriatico e Ionio, il viaggiatore può visitare l’antico monastero, risalente al XIII secolo, ma fortemente ristrutturato nei secoli successivi, che si trova in vetta a uno scosceso promontorio collegato all’isola da una sottile striscia di terra. Si tratta del monastero di Palaiokastrìtsa che significa «Quella (la madre di Dio) dell’antico castello», in riferimento al kastron bizantino che sorge poco lontano: Angelokastron, il bastione più occidentale dell’isola.

Il monastero è un complesso di piccole costruzioni antiche, strette l’una all’altra, tutte rivestite di intonaco bianco. All’interno si apre un cortiletto che conduce alla chiesa al cui interno si trova un’iconostasi ricca di pregevoli icone bizantine.

Vorremmo concludere questo itinerario nel meraviglioso villaggio di Kalami, posizionato in una scenografica baia che guarda l’Albania poco distante da Paleokastrizza, qui si trova la casa dove Lawrence Durrell ospitò l’amico Henry Miller.

Baia di Kalami

( foto di Ardfern) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

La villa chiamata «The White House» oggi ospita un romantico ristorantino sul mare e può essere affittata al piano superiore. Così la descriveva nel 1937 lo scrittore inglese:

È aprile e abbiamo preso una vecchia casa di pescatori nell’estremo nord dell’isola – Kalami – A dieci miglia marine dalla città, e a una trentina di chilometri di strada, offre tutto il fascino della solitudine. Una casa bianca, incastonata come un dado su una roccia già nobilitata da segni simili a cicatrici causati dal vento e dall’acqua. La collina corre verso il cielo dietro di essa, cosicché i cipressi e gli alberi di ulivo sovrastano questa stanza in cui mi siedo e scrivo. Siamo su un promontorio spoglio con la sua bella superficie pulita di pietra metamorfica ricoperta di ulivi e lecci: a forma di monte di Venere – Questa è diventata senza rammarico la nostra casa. Un mondo. Corcyra.

[…] Casa bianca, roccia bianca, amici e un piccolo tipo di amore: e forse un libro che crescerà da questi scarti, come tra i rifiuti di queste vecchie tombe veneziane il cipresso rompe infine le lastre e si alza fresco e verde. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

It is April and we have taken an old fisherman’s house in the extreme north of the island –Kalamai – Ten sea miles from the town, and some thirty kilometres by road, it offers all the charms of seclusion. A white house set like dice on a rock already venerable with the scars of wind and water. The hill runs clear up into the sky behind it, so that the cypresses and olives overhang this room in which I sit and write. We are upon a bare promontory with its beautiful clean surface of metamorphic stone covered in olive and ilex: in the shape of a mons pubis. This is become our unregretted home. A world. Corcyra.

[…] White house, white rock, friends, and a narrow style of loving: and perhaps a book which will grow out of these scraps, as from the rubbish of these old Venetian tombs the cypress cracks the slabs at last and rises up fresh and green. (L. Durrell, Prospero’s Cell. A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corcyra)

La baia di Kalami e la White House di Durrell oggi

Tra gli amici che animavano la casa bianca di Durrell doveva senz’altro esserci Miller che giunge a Kalami inseguito all’insistenza dell’amico. Dice Miller:

Ricevevo dalla Grecia lettere del mio amico Lawrence Durrell, che di Corfù aveva praticamente fatto casa. Anche le sue lettere erano meravigliose, ma per me un po’ irreali. Durrell è un poeta e le sue lettere erano poetiche: producevano in me una certa confusione, per via che sogno e realtà si mescolavano sapientemente. In seguito avrei scoperto che questa confusione è reale e non tutta dovuta alla facoltà poetica. Ma allora pensavo che egli caricasse le tinte, che questo fosse un modo di indurmi ad accettare i suoi ripetuti inviti ad andarlo a trovare. […]

Pensavo, quando questi messaggi araldici arrivavano a Villa Seurat in una fredda giornata estiva parigina, che egli si fosse fatto di coca prima di ungere la penna. (H. Miller, Il Colosso di Marussi)

Le lettere di Durrell sortirono l’effetto sperato e, nel 1939, qualche mese prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, Miller raggiunse l’amico a Corfù. Da quel viaggio, che portò lo scrittore anche in altri luoghi della Grecia, nacque uno dei suoi libri più belli, Il Colosso di Marussi, che ci ha accompagnato durante alcune tappe di questo itinerario che qui, nella bella baia Kalami, si conclude. Vogliamo congedarci dal viaggiatore condividendo la riflessione e l’augurio dello scrittore statunitense in chiusura del suo libro di viaggio. Scrive Miller:

Quando parlo dell’effetto che questo viaggio in Grecia ha prodotto su di me la gente sembra stupefatta e ammaliata. Dicono di invidiarmi, si augurano di poterci andare un giorno anche loro. Perché non lo fanno? Perché nessuno può godere l’esperienza che desidera finché non è pronto ad accoglierla […] La luce della Grecia mi ha aperto gli occhi, mi è penetrata nei pori, ha ampliato tutto il mio essere. […]. Pace a tutti gli uomini, dico, e vita più copiosa! (H. Miller, Il Colosso di Marussi)