Tommaso Porcacchi di Castiglione – IT

Biblioteca

Tommaso Porcacchi di Castiglione – IT

[Tedesco]

[Spagnolo]

Introduzione a cura di R. Nicolì

L’autore de L’isole più famose del mondo descritte da Thomaso Porcacchi da Castiglione arretino, nacque nel 1530 da una famiglia molto povera in Val di Chiana. L’autore ebbe la possibilità di formarsi culturalmente ed essere educato alle dottrine umanistiche grazie al duca Cosmo I che gli permise di stabilirsi a Firenze. Qui pubblicò i suoi primi lavori letterari dedicati a Virgilio: una biografia dell’autore e la traduzione del IV libro dell’Eneide. La sua vita cambiò radicalmente con il trasferimento a Venezia dove conobbe e sposò la poetessa Bianca d’Este e dove si legò all’editore e stampatore di opere in volgare Gabriele Giolito de’ Ferrari, per il quale traduceva testi latini e greci, ne revisionava altri, ma soprattutto interveniva in veste di consulente scientifico.[1] A Venezia si dedicò anche alla scrittura personale di volumi di vario argomento, dimostrando di possedere una vasta cultura che spaziava dalla geografia alla storia, dall’archeologia all’etnologia. A Tommaso Porcacchi si devono, fra l’altro, le edizioni cinquecentesche del Laberinto d’amore di Boccaccio, delle Storie fiorentine di Guicciardini e delle Rime del Bembo.

L’opera, di cui per la Biblioteca di POLYSEMI si propongono qui le parti relative alla descrizione di alcune Isole Ionie, è un isolario, un genere particolarmente florido durante l’esplorazione rinascimentale dei nuovi orizzonti marittimi, che venne pubblicato per la prima volta a Venezia, da Simon Calignani, nel 1572. Le parti descrittive realizzate da Porcacchi si presentavano illustrate da 47 tavole incise dal padovano Girolamo Porro.[2]

Con la battaglia di Lepanto l’assetto dei precedenti equilibri geopolitici del Mediterraneo viene sconvolto al punto da rendere obsoleta la prima edizione delle Isole (la cui compilazione doveva essere stata terminata alla fine del 1570, quindi un anno prima dello scontro navale). Nella seconda edizione, che è del 1576, viene quindi inserita la Descrittione del conflitto navale successo a’ Curzolari nel mar Ionio a VI d’Ottobre MDLXXI. Questa edizione verrà ristampata senza modifiche nel 1590, accresciuta di una sola tavola nelle due edizioni del 1604 e del 1620 e infine riorganizzata separando testo e tavole in una tarda ristampa del 1686, con titolo L’Isole più famose del mondo… Di nuovo corrette, et illustrate con l’aggiunta dell’Istria, et altre Isole, Scogli, e nuove curiosità. Essendovi una distinta descrittione della Città di Costantinopoli, e della Penisola di Morea (Venezia, Pietr’Antonio Bigonci, 1686). Nuova è anche la dedica dell’editore che giustifica questa ulteriore più tarda ristampa, insistendo sul successo avuto con le edizioni precedenti.

L’enciclopedia cartografica delle isole, antesignana della moderna cosmografia, è uno sforzo erudito, sebbene spesso empirico, di tracciare una mappa dei mari con la presentazione cartografica dettagliata delle isole e della loro posizione, promuovendo un sistema di spazio alternativo, molto vario ed estremamente frammentario, che oltrepassava le familiari frontiere continentali. L’imago mundi cambia significativamente proprio a cavallo tra Quattro e Cinquecento, da una parte attraverso le imprese spagnole di esplorazione e conquista a Occidente del Nuovo Mondo, dall’altra attraverso le spedizioni portoghesi a Oriente. L’isolario, che è speso teso a bloccare nella pagine quella nuova immagine del mondo, è un ‘manufatto’ della prima cultura geografica moderna che ha mostrato una sorprendente multiformità tipologica, destinato però a non sopravvivere nei secoli successivi. Esso deve pertanto essere considerato un genere di transizione che in piena epoca dei lumi, ad esempio, verrà utilizzato come dimostrazione degli equivoci creatisi attorno alla percezione dello spazio marittimo durante un periodo di radicale cambiamento della concezione del mondo e di impossibilità, anche strumentale, di documentarne i nuovi profili. Ancora agli inizi del Seicento però aveva grande diffusione e utilizzo, soprattutto per l’uso di bordo dei viaggiatori: le rappresentazioni della geografia delle isole erano spesso accompagnate da simboli per segnalare acque basse e scogli affioranti, mentre un accenno all’esigenza di descrivere il territorio, visto dal mare, si desume dai numerosi prospetti di città e dai profili montuosi disegnati nelle carte. Si trattava, insomma, di una narrazione destinata a offrire dei punti di riferimento sicuri, un supporto visivo a naviganti e viaggiatori a vario titolo, che potesse rendere riconoscibili gli spazi più lontani dalla Madrepatria.

Nel panorama della produzione e diffusione cartografica a stampa del XVI secolo, l’Italia ha indubbiamente avuto un ruolo fondamentale e di grande prestigio, in ragione del fatto che la sua favorevole posizione geografica l’aveva resa una potenza commerciale e mercantile, determinando la conseguente necessità di avere mappe geografiche e nautiche costantemente aggiornate e arricchite.

La particolarità dell’opera di Porcacchi è da individuare nel fatto che la cosmografia marittima diventa una sorta di pretesto e il libro sembra avere come obiettivo principale fornire anche curiosità storiche sui luoghi, in un condensato di citazioni mitologico-enciclopediche e informazioni sulle tradizioni locali. Certamente Porcacchi riuscì nel suo intento, dal momento che L’isole più famose del mondo sarebbe diventato un vero best-seller negli anni successivi alla prima edizione; furono sostanzialmente le immagini che fanno da corredo alle informazioni geografiche, etnografiche, economiche e storiche a renderlo innovativo. Il libro fu infatti il primo isolario ad usare la tecnica dell’incisione su rame poi gradualmente affermatasi come mezzo standard per le illustrazioni in libri stampati. Le tavole, eseguite da Girolamo Porro con eccezionale nitidezza, conferiscono al testo un significativo potenziale d’approccio al largo pubblico. Tuttavia, le mappe di Porro, al di là della suggestione che trasmettono, sono sul piano pratico difficili da decifrare, a causa delle loro piccole dimensioni e l’eccessiva quantità di informazioni organizzate in uno spazio limitato.

I volumi dell’opera si possono quindi considerare il risultato della stretta collaborazione fra Porcacchi e Porro, una comunione anche di responsabilità chiaramente indicata già nel titolo completo: L’isole più famose del mondo descritte da Thomaso Porcacchi da Castiglione arretino e intagliate da Girolamo Porro padovano.

Certamente alla sorprendente notorietà che sùbito ebbe il testo contribuì il luogo in cui venne commissionato e stampato: Venezia era nel XVI secolo più popolosa di Roma e, già dalla fine ‘400, rivestiva il predominio assoluto nel panorama editoriale grazie alla sua posizione come centro di commercio internazionale, rivolto sia verso l’Europa che verso il Mediterraneo.[3]

All’opera di Porcacchi c’è un immediato antecedente illustre rappresentato dai tre volumi, pubblicati rispettivamente nel 1550, nel 1556 e 1559, delle Navigationi et viaggi di Ramusio, un’opera cosmografica monumentale frutto del progetto di mappatura del mondo, che sancisce l’uscita della geografia dal tolemaismo, Il progetto ramusiano delle Navigazioni è il più serio tentativo cinquecentesco di far incontrare letteratura di viaggio e cartografia in maniera organica. Ciò che L’isole più famose, pubblicate a distanza di poco più di un decennio, hanno in comune con l’opera di Ramusio (che era un alto funzionario della cancelleria ducale) è la particolare attenzione posta nella rappresentazione dell’impero marittimo veneziano secondo un procedimento di idealizzazione cartografica: le Isole Ionie vengono sì descritte da Porcacchi nella loro conformazione geografica, ma presentate in un ordine che non può assolutamente indicare il reale itinerario da intraprendere per andare da una all’altra, poiché il fine, in linea con la produzione di altri scritti coevi al servizio di Venezia, resta sostanzialmente quello di dare risalto al potere politico e commerciale della Repubblica, secondo moduli celebrativi ben precisi. E così la divisione in capitoli, almeno per le parti selezionate e trascritte per questa edizione digitale, sembra essere funzionale a comporre un registro dei possedimenti veneti: essa avviene partendo, dopo la celebrazione di Venezia, dalla descrizione delle isole ad essa appartenenti o appartenute (Corfù, la Morea, Candia, Cipro, Rodi, l’Arcipelago, Negroponte), successivamente Porcacchi illustra quelle sottoposte ad altre dominazioni (Sicilia, Malta, Corsica, Sardegna, Elba, Maiorca, Minorca, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Hollanda, Islanda, Gotlandia, Spagnuola, Cuba, San Lorenzo, Taprobana, Molucche) per concludere descrivendo prima un’isola grande quanto un continente (l’isola di Santa Croce o Mondo Nuovo, l’America settentrionale), poi un’isola piccola quanto una città (la Temistitan di Bordone) ed infine fornendo una generale descrizione del mappamondo.

Il poderoso lavoro di Porcacchi sulle isole del mondo è fortemente connotato dall’elemento del mare: egli restituisce infatti al lettore una visione della geografia fondamentalmente talassocentrica in cui le aree abitate si dispongono attorno a più o meno vaste porzioni di mare costituendo tuttavia con esse un continuum spaziale.[4] Già nel suo proemio, Porcacchi afferma: «A questa opinione (pigliandone io solo il primo capo d’historia, cioè che questo nostro mondo sia a guisa d’un’isola, circondato d’ogn’intorno dall’Oceano, e lasciandone il rimanente) trovo che Strabone acconsente nel primo libro, dicendo che tutta la terra è un’Isola, se si guarda al mare, che la circonda, e le sta sopra. Percioche si come nel mar Mediterraneo apparisce Cipro, e la Sardigna; cosi in tutta l’ampiezza del mare apparisce tutta la terra è guisa d’Isola: il che testifica anchora Plinio». Sulla base di quanto tramandato da Stabone e Plinio, che egli evidentemente assimila, inizia quindi la sua descrizioni delle isole più famose, provando a definire la posizione, le dimensioni, a dire quali altre isole si trovano nelle vicinanze, quali porti ci sono, quali sono i principali prodotti dell’isola e i luoghi d’interesse, chi erano i suoi primi abitanti e qual è la sua storia. Soprattutto nei riguardi della descrizione antropogeografica, si rifà quindi sostanzialmente agli antichi e ai contemporanei.

Nel Proemio, inoltre, l’autore attesta di aver redatto le due descrizione, che contengono aspetti innovativi, non solo sulla base dei suoi personali studi dei classici, ma anche grazie alla collaborazione di amici «gentil homini», umanisti, geografi e scienziati che gli hanno fornito, con racconti e appunti, le necessarie risorse testuali.

L’inizio della descrizione, in genere, riguarda la posizione dell’isola; segue l’immancabile riferimento all’etimologia del nome di cui si propongono le diverse ipotesi. Una sorta di schema, quindi che vale ovviamente per il frammentato cosmo insulare greco, di cui si propongono qui gli stralci. I testi di Porcacchi aggiungono poi, come detto, curiosità di vario tipo sui luoghi e anche qualche notizia scarsamente aderente alla realtà, il più delle volte si tratta di interpretazioni soggettive, dunque legate alla personalità dell’autore e al mondo culturale da cui questi proviene.

Per la Biblioteca di POLYSEMI, oltre al Proemio, che contiene informazioni di carattere generale e un glossario dei termini usati, e la più generale descrizione dell’Arcipelago, si sono estrapolate e trascritte, secondo le norme di seguito indicate, le parti relative alle Isole Ionie di Corfù, Cefalonia, Zante e Cerigo, (si precisa a riguardo che l’attuale regione amministrativa delle Isole Ionie non include l’isola di Cerigo che oggi rientra nell’Attica).

Criteri di trascrizione

Nel tentativo di mantenerne inalterato lo spirito e il colore epocale, si è proceduto nella trascrizione intervenendo il meno possibile sul cinquecentesco testo originale a stampa, secondo criteri quindi il più possibili conservativi, come esposto di seguito:

sono stati conservati i casi in cui ricorre la h latineggiante, soliti nel sistema grafico del tempo: “hoggi”, “habitatori”, anche all’interno di parole come “anchora” “dishabitate”;

– è sempre stato mantenuto il diagramma etimologico –th, che ricorre spesso in nomi propri come Thracia, Ithaca, Citherea, Cinthio;

– si è rispettata l’oscillazione tra scempia e doppia, (“auttori” per “autori”, “mezo” per “mezzo”, “overo” per “ovvero”, “mezodì” per “mezzodì”, “essercito” per “esercito”, “essilio” per “esilio”) e tra forme concorrenti quali: maraviglia /meraviglia; Venezia /Venetia /Vinetia;

– la congiunzione e per la quale Porcacchi utilizza la sigla &, è stata resa con e (o ed dove era opportuno evitare lo iato);

– il nesso –ti seguito da vocale è di gran lunga prevalente su –ci e –zi. Si è in ogni caso conservata nella trascrizione la forma presente nell’edizione a stampa (“mentione” per “menzione” “descrittione” per “descrizione”, “abbondatia” per “abbondanza”, “navigationi” per “navigazioni”);

– nel testo è molto frequente il ricorso all’apocope di aggettivi (es. maggior, nobil, …) e pronomi dimostrativi e indefiniti (es. qual, quel, …), verbi coniugati (es. vol, son, furon, …) e all’infinito (es. dir, esser, far, raccontar, …) che tale è stato mantenuto nella trascrizione;

– si sono lasciate separate alcune forme che tali appaiono nell’edizione cinquecentesca: “più tosto” per “piuttosto” o le forme composte dei numeri “trecento sessanta” per “trecentosessanta”.

– la maiuscola e la minuscola non sono utilizzate in modo regolare, si è scelto di non apportare variazioni rispetto all’edizione a stampa cinquecentesca, con un’unica eccezione: si sono riportati in maiuscolo i numeri romani che indicano le distanze in miglia, in minuscolo nel testo cinquecentesco a stampa;

– si è rispettata l’interpunzione presente nel manoscritto, ritenendo che, sebben non proprio compatibilmente con le esigenze di una lettura moderna, non impedisse comunque la fruizione del testo.

Le azione di intervento sono invece le seguenti:

– si è distinta u da v, adeguamento necessario a rendere scorrevole la lettura;

– nel manoscritto gli accenti non sempre seguono la regola moderna, si è pertanto ritenuto di intervenire (accento acuto su e ed o chiuse, grave negli altri casi), specialmente nei casi in cui si è reso necessario distinguere “la” articola da “là” avverbio di luogo, o “ne” avverbio/pronome da “né” congiunzione copulativa. È stato inoltre posto l’accento sul nome Corfù e sull’avverbio “più”, rimosso invece dalla preposizione semplice “a” (caso particolarmente frequente nel § Prohemio).

– si è sempre omesso l’apostrofo tra l’articolo indeterminativo e il nome maschile;

– per facilitare la lettura del testo, si è sciolta l’abbreviazione più frequente che è sostanzialmente la stessa ricorrente nel sistema abbreviativo medioevale (lineetta soprascritta per m/n), si sono invece lasciati invariati gli eventuali troncamenti dei titoli;

– si è provveduto in un solo caso ad emendare quello che sembra verosimilmente un errore di stampa: (“diventerà” è stato sostituito a “doventerà”) e ad integrare un punto in cui l’inchiostro è evidententemente evanido sulle prime due lettere della parola “fiore”. Entrambi i casi riguardano il § Descrittione dell’Arcipelago;

– il testo di Porcacchi non presenta articolazione in capoversi, ma pone a margine una paragrafatura con la definizione dell’argomento. I titoli dei paragrafi a margine, assegnati dall’autore, non sono riportati in questa edizione digitale. Tuttavia, considerando la suddivisione in capoversi essenziale per segmentare il testo in porzioni più piccole, in modo che la ricezione e la comprensione possa avvenire per tappe e la lettura risultare meno faticosa, sono stati inseriti i capoversi ogni volta che si è individuato, se pur nell’omogeneità tematica, l’inizio di un blocco di testo separato dal precedente da un punto e a capo, coerentemente con i paragrafi indicati a margine nell’originale edizione a stampa.

  1. Cfr.: C. DI FILIPPO BAREGGI, Il mestiere di scrivere – Lavoro intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, Bulzoni, Roma, 1988, p. 84-85.

  2. Girolamo Porro (Padova 1520-1604) fu incisore, editore e disegnatore. Lavorò per la maggior parte della sua vita a Venezia, fu allievo di Enea Vico. Numerose sono le opere illustrate con le sue incisioni nella seconda metà del XVI secolo, tra queste, oltre le tavole per l’opera di Tommaso Porcacchi, realizzò 64 tavole per la Geografia di Tolomeo tradotta da Girolamo Ruscelli, nel 1584 illustrò l’Orlando Furioso, edito a Venezia da Francesco de Franceschi.

  3. S. BIFOLCO, F. RONCA, Cartografia rara italiana: XVI Secolo. L’Italia e i suoi territori. Catalogo ragionato delle carte a Stampa, Edizioni Antiquarius, Roma 2014, p. 29.

  4. Cfr. G. GUGLIELMINETTI, Il ‘Mondo Nuovo’ come un’isola. Benedetto Bordon e Tommaso Porcacchi, in Zorzi, R. (a cura di) L’epopea delle scoperte, Firenze, Leo S. Olschki 1994, p. 115.