Ugo Foscolo

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Ugo Foscolo

Autore: Foscolo, Ugo Foscolo

Data di nascita: 6 Φebbraio 1778, a Zante

Genere: Μaschile

Biografia: Foscolo è nato a Zante nelle Isole Ionie. Suo padre Andrea Foscolo era un nobile veneziano impoverito, e sua madre Diamantina Spathis era greca. Nel 1788, alla morte di suo padre, che lavorava come medico a Spalato, oggi in Croazia (Spalato), la famiglia si trasferì a Venezia e Foscolo completò gli studi che iniziò alla scuola di grammatica dalmata all’Università di Padova. Tra i suoi maestri padovani c’era l’Abbé Melchiore Cesarotti, la cui versione di Ossian era molto popolare in Italia, e che influenzò i gusti letterari di Foscolo; conosceva sia il greco moderno che antico. La sua ambizione letteraria si rivelò nell’apparizione nel 1797 della sua tragedia Tieste, una produzione che ebbe un certo successo.

 Ergographia

Letteratura selezionata

SCRITTI SULLE ISOLE IONIE

Estratto da Prose politiche e apologetiche (1817-1827)

Introduzione

La presente edizione digitale del testo foscoliano Scritti sulle Isole Ionie riproduce il testo dell’Edizione Nazionale curata da Giovanni Gambarin, edita da Felice Le Monnier nel 1964, dal titolo complessivo Prose politiche e apologetiche (1817-1827). Per ragioni di pertinenza con l’area di progetto POLYSEMI, non è stata riprodotta la parte relativa a Parga, confluita anche essa tra le Prose politiche e apologetiche. Una premessa è tuttavia opportuna: si è scelto di annoverare questo testo tra quelli della Biblioteca digitale di POLYSEMI pur non trattandosi propriamente di un testo di viaggio perché presenta il quadro della situazione storico-politica di una vasta area compresa nell’Area di Progetto, in un preciso momento storico e dal punto di vista dell’intellettuale di massimo rilievo nel panorama letterario europeo settecentesco.

Nell’Edizione Nazionale Le Monnier, gli scritti con argomento le vicende della Grecia sono raccolti nel primo tomo del XIII volume, distinti appunto in due gruppi: Scritti sulle Isole Ionie che trattano in prevalenza questioni relative alla legge costituzionale che sarebbe stata assegnata alle Ionie da parte del governo inglese, cui competeva il protettorato come stabilito dopo il Congresso di Parigi del 1815, e Scritti su Parga relativi alla dolorosa vicenda della città dell’Epiro meridionale, qui non riprodotti[1].

Il testo sulle Isole Ionie, ad oggi poco frequentato dalla critica[2] e in un certo senso molto distante dall’opera considerata maggiore del suo autore, è stato redatto da Foscolo negli anni dell’esilio londinese ed è una viva testimonianza del suo legame affettivo per la terra natia, vittima di tanto articolate quanto conflittuali vicende. Dopo la caduta della Serenissima, infatti, le Isole Ionie furono dominate dai repubblicani Francesi; nel 1799 fu istituito un governo provvisorio dei Russi e dei Turchi che preparò la fondazione della Repubblica Settinsulare (Επτάνησος Πολιτεία: 1800-1807).[3]

Dal 1815 ebbe inizio ufficialmente la dominazione britannica, durata fino al 1864, quando l’isola diventò definitivamente parte dello Stato greco. Il periodo che segue la transizione dalla dominazione veneziana ad altri regimi, registrò inevitabilmente una serie di compromessi tra le forze emergenti e le vecchie classi dirigenti, generando una situazione piuttosto fluida nella vita sociale, politica e culturale delle Isole Ionie e un interesse particolarmente acceso soprattutto per gli accadimenti collegati alla caduta di Bonaparte.

Il vincolo emotivo di Foscolo con le Isole Ionie, la fiduciosa aspettativa di potervi un giorno tornare, il culto della tradizione ellenica, costituiscono parti nevralgiche delle pagine di storia politica che egli scrisse sulla Grecia durante il suo soggiorno londinese. Inoltre, le vicissitudini infelici del popolo delle sette isole era argomento, spesso addirittura unico oggetto, della corrispondenza tra l’autore e i suoi familiari e parenti residenti in quelle zone, ma anche delle lettere scambiate con molti giovani greci che, per una ormai consolidata tradizione, si recavano in Italia a compiere gli studi, a Venezia in particolare[4]. Soprattutto ai giovani greci, poi tornati in patria, è dovuto il riconoscimento da parte dei connazionali del ruolo politico del «rivoluzionario zantiota»[5] e l’influenza della sua opera su tutta una generazione di poeti nazionali, influenza che si esercitò fortemente anche dall’Inghilterra. Circa due mesi dopo la sua scomparsa, il 19 novembre 1827, nella chiesa cattolica di San Marco a Zante fu celebrata una messa in sua memoria. Il poeta Dionisios Solomòs pronunciò il suo Elogio di Ugo Foscolo mettendo in evidenza come il dolore collettivo degli abitanti di Zante sia iniziato già quando lo scrittore lasciò l’isola[6].

Foscolo arrivò in Inghilterra, come esule, nel 1816. Solo otto anni prima il poeta aveva fatto parte dell’armata con cui Napoleone sperava di invadere la Gran Bretagna e la sua cultura politica era stata dominata da componenti francesi e italiane, tuttavia ciò che dell’Inghilterra attirò l’autore, come emerge dai suoi scritti, sembra convogliare su due temi centrali: la libertà del popolo conseguenza delle libertà personali e l’indipendenza politica. La Gran Bretagna per Foscolo simboleggiava entrambi, soprattutto dopo che i decenni delle lotte rivoluzionarie, delle guerre napoleoniche e della conseguente delusione avevano diffuso l’amore della libertà come fenomeno di massa. Nell’Europa della Restaurazione solo l’Inghilterra poteva veramente chiamarsi libera: «Qui il corso delle vicende umane ha procurato agli abitanti un porzione di giustizia, cultura e libertà tanto grande quanto il genere umano mai conobbe; e se la natura umana non cambia, non credo che esso sia stato creato per raggiungerne di più».[7] La Gran Bretagna aveva, agli occhi dell’autore, totale indipendenza nazionale e inattaccabili garanzie civili di libertà per i suoi cittadini, espresse anche dalla possibilità di esporre e divulgare le proprie opinioni attraverso la stampa, illuministicamente considerata da Foscolo uno strumento potentissimo di orientamento dell’opinione pubblica, efficace a declinare le sorti nazionali. Grazie alla libertà e alla certezza dell’applicazione delle leggi, l’accesso alla ricchezza rispondeva in modo proporzionale alla virtù, la piramide sociale non era fissa bensì mobile: le storiche élite erano relativamente permeabili allo spirito dell’iniziativa borghese in ascesa ed il loro tradizionale stile aristocratico, se pur preservato, era esteso ad altri ceti.

La struttura dell’argomentazione che Foscolo propone nei suoi Scritti è sviluppata punto per punto quasi si trattasse di precetti, le varie sezioni sono articolate in paragrafi introdotti da una puntualizzazione dell’autore sulla scelta dell’argomento.

Nella sezione Stato politico delle Isole Ionie Foscolo ha come oggetto la condizione delle isole nell’intervallo fra il trattato di Parigi e l’emanazione della costituzione ad opera del dispotico Maitland, risalente al maggio del 1817. In questa parte degli Scritti, Foscolo osserva che il potere e l’autonomia di una nazione sono interdipendenti e, nel caso delle Isole Ionie, essendo esse uno stato piccolo e militarmente debole, erano costrette ad affidarsi alla protezione militare di una potenza straniera e ad accettarne il controllo politico. L’autore è tuttavia convinto sostenitore dell’identità europea dell’Eptanneso e della Grecia in generale, ma anche consapevole dei limiti relativi alla concessione di libertà da parte inglese; di particolare rilievo in quella parte del suo scritto è la messa in discussione da parte dell’autore di due concetti espressi dalla costituzione stessa e, a suo avviso, assolutamente discrepanti: indipendenza e protezione, viste come possibilità inversamente proporzionali garantite agli solani per parte inglese. Egli introduce un nuova determinante variabile nel rapporto potere/indipendenza, e cioè quel sentimento di nazione, di amore per la libertà e per l’indipendenza che si era diffuso come fenomeno di massa nel corso degli ultimi decenni dal 1792. I sentimenti, le decisioni e le inclinazioni politiche dell’opinione pubblica erano diventati, secondo Foscolo, fattori fondamentali nelle dinamiche storico-politiche contemporanee. Tutta la sezione costituisce quindi una specie di guida per gli isolani, invitati a fuggire tumulti per evitare le repressioni, ma anche sollecitati a non assumere umilianti manifestazioni di passiva accettazione, mostrandosi concordi e uniti per salvaguardare la libertà di esprimere il proprio pensiero, di esercitare arti e commerci, di disporre delle proprietà, di riunirsi e veicolare le proprie idee e posizioni.

Ancora una volta l’invito è quello di ricorrere agli organi di stampa (preferibilmente quella britannica) per informare e tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica europea sulle sorti delle Isole, auspicabilmente provocando anche un’onda di supporto.

In più passaggi l’autore tradisce il suo disappunto per l’immaturità del popolo ionio, diviso e lontano dalla condivisione di ideali comuni di libertà di indipendenza, spesso smarrito in futili diverbi campanilistici, come quando scrive:

Chi conosce i caratteri diversi, i costumi, le animosità municipali e le risse domestiche della maggior parte degli abitanti delle Isole Jonie, non può pensare alla loro concordia politica, e non sentire ad un tempo che il volerla predicare è disperatissima impresa.[8]

L’aspirazione costante alla prosperità della patria non può che essere naturalmente radicata in cittadini istruiti: un’ampia sezione degli Scritti sulle Isole Ionie è quindi dedicata all’istruzione. Qui Foscolo espone le sue idee di educazione ed istruzione, idee che sperava di attuare se avesse potuto recarsi nelle isole con una funzione direttiva negli ordinamenti scolastici, traccia un vero e proprio programma, soffermandosi particolarmente sulla necessità di istituire una università che avrebbe posto sicuramente un freno all’esodo dei giovani greci verso le università di altre nazioni, arrivando anche a proporre Itaca «men popolata e meno avvezza ad usanze e vizi stranieri». I giovani formati in questa università greca, negli anni in cui l’animo è meglio predisposto ad accogliere nuovi sentimenti, avrebbero potuto prepararsi alla maturità perdendo quei vizi d’animo che proverbialmente dividevano gli isolani.

Foscolo espone anche una ben chiara distinzione fra discipline letterarie e discipline scientifiche e lega all’ “ammaestramento” dell’animo esercitato dallo studio delle Lettere la costruzione di un giudizio morale e politico e l’articolazione di una coscienza critica:

Letterarie discipline sono la storia, l’oratoria e la poesia, tutti quegli studi insomma che esercitano l’intelletto per mezzo de’ sentimenti del cuore, che insegnano a sentire passioni belle e generose, e rappresentarle, e desumere quindi, e diffondere e perpetuare costumi, opinioni e principj utili alla vita pratica giornaliera degli uomini. […] Le lettere ammaestrando gli uomini per mezzo dello studio degli uomini, ed eccitando passioni e commuovendo l’anima a tutti gli affetti tumultuanti dell’uomo, danno più vigore ad operare, rinforzano i sentimenti d’indipendenza individuale, agitano tutte quante le opinioni morali e politiche […][9]

Da sempre Foscolo sosteneva il ruolo pedagogico della letteratura, la quale doveva servire da monito per le generazioni presenti e future sulle possibili ripercussioni di ogni politica spietata e anche, in generale, dell’applicazione arbitraria del diritto delle genti da parte del più forte.

L’ultima sezione degli Scritti propone una dissertazione sulle varie tipologie di costituzione e si chiude sull’analisi dei fondamenti su cui dovrebbe realizzarsi quella delle Isole Ionie con chiari riferimenti alla Convenzione di Parigi.

Da un lato, quindi, paesi come la Grecia e l’Italia stavano progressivamente maturando l’idea di ottenere il riconoscimento politico dell’indipendenza della propria nazione, sancito e reso inattaccabile anche da una costituzione, dall’altro, le grandi potenze europee guardavano ai paesi del Mediterraneo come un’unica grande zona periferica e subalterna dell’Occidente, refrattaria alla modernità, incapace di autogovernarsi. Per la sua posizione geografica, esattamente al centro di questa supposta periferia, le Isole Ionie consentivano un confronto tra queste due posizioni.

L’idea di emancipazione e indipendenza mediterranea ebbe risonanza in tutta Europa tra i circoli intellettuali. Prima di tutto si delineò il problema di identificare geograficamente il Mediterraneo. L’intervento di Foscolo a sostegno della causa della sua terra natia mirava a situare la Grecia, e per estensione le regioni del Mediterraneo, al di qua dei confini della civiltà occidentale europea, per far in modo che essi vedessero finalmente riconosciuta la propria autorità politica, economica e culturale. La posizione assunta con i suoi Scritti fu un vero e proprio tentativo di resistere all’egemonia non solo politica ma anche e soprattutto culturale che le potenze nordeuropee consumavano nei confronti dei paesi del basso Mediterraneo. Accanto alla difesa del diritto delle genti e all’invettiva schiettamente politica di condanna delle pratiche imperialiste, Foscolo si appellava quindi anche a ragioni altre che trascendevano in verità il fatto storico in sé e si inserivano in una cornice critica più ampia: le Isole Ionie, infatti, punto di intersezione tra Oriente e Occidente, geograficamente appartenenti all’Europa ma culturalmente coacervo di differenti tradizioni, dovevano essere incitate ad autodeterminarsi.

Gli Scritti sulle Isole Ionie, qui proposti, portano così in superficie uno dei nodi ideologici più problematici della Restaurazione: lo scontro tra la politica coloniale delle grandi diplomazie europee e i singolo progetti nazionali di indipendenza dei piccoli paesi ancora succubi del dominio straniero.

STATO POLITICO DELLE ISOLE JONIE

SEZIONE PRIMA

STATO POLITICO DELLE ISOLE JONIE

1. Lo stato politico d’una nazione è più o meno attivo o passivo secondo le forze sue proprie che la nazione può mettere in uso per difendere sé e offendere in guerra gli altri, o aiutarli per via di alleanze. Quanto la nazione è più forte, tant’è necessariamente più attiva; la debolezza costringe all’inazione, e quindi alla dipendenza dall’altrui forza.

2. Or le sette Isole non hanno in loro forza propria; ed oltre alle ragioni morali esposte nella terza delle seguenti sezioni, la debolezza di quei paesi dipende da tre ragioni geografiche: l’una, l’angustia del lor territorio, e quindi il poco numero di abitanti; l’altra, la distanza e la separazione marittima dall’una all’altra; la terza e la più forte ragione si è che le sono aperte tutte all’invasione di vicini potenti; e Corfù che per le sue fortificazioni opporrebbe grandi difese, non giova a proteggere le altre sei isole, ma bensì ad impicciarle alle guerre.

3. Quindi deriverà sempre che quelle Isole dovranno (finché il continente non sia libero ed indipendente) essere o possedute o protette da una forza straniera. Ma i due vocaboli possessione e protezione, benché paiano sì diversi, hanno nel dizionario politico e nella natura delle cose lo stesso significato. Su di che vedi nella sezione ultima le osservazioni al Trattato.

4. Non bisogna dunque lasciarsi illudere dal nudo suono della parola, e credere ch’ essendo nel trattato di Parigi pattuita l’indipendenza dell’Isole Jonie sotto la protezione inglese, gl’isolani potranno fondare liberamente un governo, amministrato pacificamente, e non aver che fare con l’Inghilterra, fuorché nel caso che siano assalite da un nemico, e richieggano la protezione dell’armi inglesi.

5. Il governo protettore sarebbe, per mantenere la sua promessa, obbligato a spendere denaro, e spandere sangue a difendere le Isole: or denaro e sangue non si vuole né si deve mai dare, se non quando ci sta il proprio vantaggio; inoltre, non si vuole né si deve mettersi a rischio di pigliarsi addosso le guerre eccitate da un altro, e difendere gli altrui paesi con detrimento del proprio.

6. E però gl’Inglesi, sotto il vocabolo protezione, intendono ed intenderanno sempre di tenere le Isole in guisa, che in primo luogo non possano agire internamente ed esternamente se non per gli interessi dell’Inghilterra; e che in secondo luogo non siano assalite da un nemico, se non per una guerra eccitata dall’Inghilterra medesima.

7. Che se taluno dicesse che il trattato di Parigi accerta le Isole dell’indipendenza, gl’Inglesi risponderebbero che il trattato stesso accerta essi Inglesi non solo della protezione in diritto, bensì anche della protezione in fatto; e però è stipulato che essi possono tenere e far mantenere nelle Isole quanta forza inglese è necessaria alla difesa di quei paesi.

8. E bisogna disingannarsi: la giustizia è parola metafisica, la quale rimane senza applicazione veruna, se non è sostenuta dalla forza; e persino le leggi municipali, che gl’Isolani potrebbero darsi da sé medesimi, riuscirebbero invalide e nulle, se non fossero eseguite per via d’una forza qualunque.

9. La quistione adunque si riduce al giorno d’oggi per le Isole, non ad essere indipendenti, bensì ad essere meno dipendenti dalla forza che le protegge. Il che dipende dagl’Inglesi in primo luogo, ed in secondo luogo dagl’Isolani.

SEZIONE SECONDA

GRADI PROBABILI DELLA LIBERTÀ O DELLA OPPRESSIONE CHE DERIVERÀ DAGL’INGLESI O DAGL’ISOLANI

1. Chi congetturasse da quanto si va facendo oggi nell’Isole, direbbe che non solo il governo inglese intenda che la loro indipendenza sia del tutto chimerica, ma ben anche che la loro servitù debba essere procurata e ratificata da’ cittadini medesimi. Vedesi che le gazzette sono dettate dagli agenti del Governo, e che allo stemma dell’Isole greche s’è surrogato lo stemma del re d’Inghilterra. Inoltre il proclama dell’Alto Commissario, mentre espone storicamente gli antichi abusi e promette stato migliore di cose, lascia evidentemente apparire il sistema, del governo inglese d’oggi (ch’è anche quello di molti governi d’Europa), cioè di ridurre i principii della legislazione allo stato in cui si trovava innanzi la rivoluzione di Francia.

2. Non è da disputare se sì fatto sistema sia ragionevole, o no: la quistione sta se sia applicabile, o no; e tutte l’esperienze ed i ragionamenti pare che pendano verso la negativa: quindi deriva la guerra civile in tutta l’Europa, tra i ministri ed i principi che vorrebbero ridurre le cose allo stato antico, ed i popoli, i quali vorrebbero acquistare una parte almeno di quella libertà predicata da tanto tempo, e sostenuta prima dai Francesi contro i monarchi, poi dai monarchi contro Buonaparte; – e Buonaparte fu vinto da’ popoli ai quali i sovrani promisero la libertà.

3. Ma quanto più oggi le nazioni vogliono libertà, tanto più i monarchi ed i loro ministri tentano di ristringerla; ed il governo inglese, appunto perché ha minor potere assoluto sui sudditi, desidera di accrescerlo, e sostiene gl’interessi e le passioni dei monarchi contro i popoli di tutta l’Europa, per prevalersi poi dell’esempio, e limitar la troppa libertà popolare.

4. In tale stato di cose, e dato questo sistema, è da temersi che gl’impiegati inglesi nell’Isole prepareranno, o per vigor di divisioni, o per mezzo di terrore, di speranze e di corruzioni, un’amministrazione che non differirà gran fatto dalle coloniali, e ch’essi potranno agevolmente sostenere per mezzo delle lor guarnigioni.

5. Due rimedi per altro si possono col tempo sperare: l’uno ne’ cangiamenti generali dell’Europa, la quale pare agitata più che mai; l’altro ne’ miglioramenti e nelle mutazioni dei principii politici del gabinetto inglese.

6. Se non che il primo rimedio è lontanissimo, incerto e di non molto frutto per paesi di poca forza, i quali, anziché avere forza migliore, nelle generali rivoluzioni dipenderanno sempre dagl’interessi e dalla volontà di potenti nazioni, e saranno ceduti e cangiati, come pegni e mobili di accomodamento fra’ gabinetti.

7. Il secondo principio, dipendente dai principii del gabinetto inglese, sarebbe di maggiore frutto e non tardo, se gl’Isolani avessero mezzo ed attenzione continua di esplorare gli andamenti e le alterazioni giornaliere del ministero, il cangiamento dei ministri, e profittare delle momentanee occasioni favorevoli alle Isole, e delle intenzioni ed opinioni delle persone che di mano in mano pigliano le redini del governo; ma soprattutto profittare della stampa, e sotto nome di scrittori inglesi, manifestare in Londra gli abusi con verità storica, e dolersene con dignità, citando i governatori al tribunale dell’opinione pubblica, ch’è potentissima in Inghilterra; e le Isole in questo modo troverebbero spesso per difensori i membri dell’opposizione, se si dessero loro delle armi da poter maneggiare utilmente contro i ministri, dai quali i commissari nelle Isole dipendono sempre.

8. Per altro l’accennato rimedio dev’esser fatto con perseveranza e costanza, e con avvedutezza finissima, e non traviare mai dalla moderazione e dal vero.

9. E malgrado la possessione di fatto che distrugge l’indipendenza di dritto, è certo pur sempre che la condotta dei governatori inglesi sarà sempre assai cauta nell’Isole, e non potranno apertamente pigliare i due mezzi necessari all’assoluta oppressione, i quali due mezzi sono i seguenti:

10. L’uno è l’ignoranza. Or gl’Inglesi non solo non potranno impedire, ma sono in certo modo, pei loro costumi e per tanti lumi diffusi in Europa, costretti ad incoraggiare le scienze e le lettere; e quanto più i Greci usciranno dall’ignoranza, tanto più gl’Inglesi temeranno di dichiararsi patentemente tiranni.

11. L’altro mezzo, usitato in politica, d’opprimere le Isole sarebbe di violare a viso aperto il trattato, e senza rispetti o formalità governarle come colonie; e pare che la condotta di Campbell avesse questa mira, e che se ha oltrepassato, non però ha operato contro gli ordini del Ministero. Certo è che ne’ primi momenti era facilissimo usurpare il pieno dominio; ma poiché non hanno saputo o potuto riuscire allora, non potrebbero oggi dichiararsi padroni, senza offendere i principj di tutta l’Europa, e dare pretesti all’odio ed alle guerre dei monarchi, che oggi cercano di abbassare la preponderanza dell’Inghilterra.

12. Adunque, non potendo essere aiutati dall’ignoranza della nazioneviolare il trattato, i governatori inglesi terranno nell’Isole una condotta doppia, cioè tenderanno a ridurle a colonie, e mostreranno di volerle lasciare, per quanto è possibile, indipendenti; e non potranno giustificare l’abuso della forza, se non quando gli abitanti trascorressero a tumulti ed a ribellioni.

13. I tumulti e le ribellioni non serviranno che ad accrescere il peso delle catene; però bisogna avere l’occhio: 1° che non nascano mai per la forsennatezza dei malcontenti; 2° che non sieno fatte nascere ad arte dagl’Inglesi stessi; e si deve sempre temere che anche gl’Inglesi, dalla sciagurata scuola della rivoluzione francese e da Buonaparte abbiano appreso a far sottomano prorrompere in congiure e tumulti, per giustificare l’abuso che il Governo fa poi del castigo e delle armi.

14. Ma come, per non dare ragioni d’opprimerla, una nazione non si deve mostrare mai turbulenta, così non si debbe neppure mostrare vile e sommessa ad ogni volontà del suo protettore; perché gli schiavi non son, generalmente parlando, fatti dai tiranni, ma bensì gli schiavi fanno i tiranni.

15. Ed in primo luogo, s’hanno da scansare come peste politica tutte le feste esagerate, e le adulazioni, ed i regali, ed i monumenti fatti per compiacere all’ambizione d’individui inglesi; cose tutte che palesano e la viltà di chi le fa, e la vanità di chi le riceve; e spesso chi desidera e riceve simili omaggi, li conosce per finti ed interessati, e li teme, e crede vili ed astuti gli adulatori, e li sprezza.

16. Ed il più certo ed in pari tempo il più generoso partito si è di eseguire le leggi imposte con prontissima e lieta obbedienza se giovano al popolo, e con silenziosa rassegnazione se lo danneggiano; e nel primo e nel secondo caso evitare qualunque elogio smaccato, o qualunque impotente mormorazione: bensì tanto il bene che il male pubblicarlo in tutte le gazzette d’Europa, per via di corrispondenti, e narrare i fatti con semplicità, e fare sovr’essi con imparzialità quelle riflessioni che possono ridondare o a giusta lode, o a giusto biasimo del Governatore inglese e del Ministero. Così saranno insieme ed illuminati ed accusati e difesi e giudicati dal mondo tutto; e l’opinione pubblica è, alla stretta de’ conti, il supremo ed inappellabile tribunale, il quale impone il grandissimo freno ad ogni tirannide.

17. Ma ad adottare e poter eseguire invariabilmente il partito esposto nel precedente paragrafo, bisognano due mezzi; l’uno l’istruzione pubblica, l’altro l’unione di tutti i cittadini. Dell’istruzione si dirà partitamente in una sezione apposita; or si parlerà dell’unione: ma perché l’una viene dall’altra, è da porsi per capitale e santissima massima la seguente, ed è:

18. L’unione deriva da concordia d’interessi non solo, ma anche da discordia d’interessi, così illuminati dalla ragione, che tutti gl’individui interessati per differenti scopi e motivi si concilino tutti in questa idea, che gl’interessi individuali non possono in una repubblica essere lungamente prosperi, se non quando ogni cittadino agisce contemporaneamente e per la propria e per la comune felicità.

19. Al contrario, quand’anche tutti avessero concordia d’opinioni e d’interessi, ma fondassero le loro speranze non tanto nella felicità pubblica, quanto nella protezione degli stranieri, e nel raggiro e nelle diffidenze reciproche tra cittadino e cittadino, avverrebbe di certo che primamente la patria sarebbe schiava, e per conseguenza misera, e la sciagura pubblica ravvilupperebbe insensibilmente ad uno ad uno gl’individui tutti quanti della nazione.

20. Regola generale: la disunione deriva dall’ignoranza de’ cittadini; l’unione dal lume della verità. E come avviene nelle dispute di conversazione, che molti si contradicono e si esacerbano perché non s’intendono, così nelle discordie civili gl’individui, le famiglie, le città intere si odiano per non essersi prima illuminate sullo scopo a cui tendono, benché credano di tendere spesso al medesimo scopo.

21. E però bisogna che gl’Isolani tutti s’intendano sopra il punto capitale, e lo riducano a’ seguenti minimi termini:

«Il governo veneto ci dissanguava insieme e ci corrompeva: se fossimo stati uniti ci avrebbe forse oppressi, ma non avviliti; ci avrebbe tiranneggiati, ma non ingannati. Giunti alla rivoluzione, l’ignoranza e l’avvilimento e la discordia civile erano tali, che, essendoci offerta l’occasione, non abbiamo saputo governarci da noi.

«Quando i Turchi ed i Russi ci pigliarono sotto la loro protezione, i cittadini, anziché unirsi alla patria, si sono divisi per unirsi alle cabale faziose de’ Turchi e de’ Russi, degl’Inglesi e dei Francesi. Poi siamo stati teatro della guerra, dominati or da’ Francesi, or dagl’Inglesi, e costretti passivamente a tutte le calamità di quei tempi, senza raccogliere frutto veruno, e senza acquistare la stima dell’Europa.

«Noi nel Congresso di Vienna siamo stati considerati branchi di pecore, da darsi piuttosto ad un padrone che all’altro, per acconciare le pretese dei forti.

«L’Austria ci avrebbe ingoiati colla sua prepotente dominazione, e noi saremmo pieni di eserciti barbari, governati da commissari naturalmente brutali e sistematicamente ignoranti; depauperati da un governo avido, e che vive perpetuamente in istato di fallimento, e costretti, come sotto il governo veneto, a diriggere il nostro commercio a beneplacito de’ nostri padroni, e condurre le nostre derrate nei porti, e con gli aggravi imposti da un governo illiberale.

«Oggi siamo soggetti ad un governo il quale, comunque inclini ad un dominio assoluto sopra di noi, è, per i suoi nazionali costumi, per la costituzione e per le apparenti formole del trattato che ci promette libertà ed indipendenza, costretto a non impedire il nostro incivilimento morale, ed è insieme obbligato a non opprimerci con violenta impudenza.

«Inoltre il Governo inglese mancando per sua istituzione dell’arbitrio d’ingerirsi nelle faccende particolari, ed i commercianti dell’Inghilterra essendo ricchissimi e padroni dell’uso de’ loro capitali senza le leggi proibitive degli altri governi, noi potremo più liberamente, e, per conseguenza più utilmente, commerciare cogl’individui inglesi, senza la funesta servilità che in altri tempi ha inceppato lo smercio delle nostre derrate; tanto più che gran parte delle produzioni della nostra agricoltura sono consumate e pagate dall’Inghilterra. La bandiera inglese proteggerà inoltre la nostra navigazione contro qualunque potenza, e segnatamente contro de’ Turchi nostri naturali predatori e nemici.

«Adunque, benché l’indipendenza politica manchi a noi, possiamo ad ogni modo procurarci la prosperità interna per mezzo dell’istruzione e del commercio dei prodotti della nostra agricoltura. E quanto saremo men ignoranti e men poveri, tanto minori pretesti e mezzi daremo a’ forestieri d’opprimerci, tanta più dignità potremo assumere di carattere, tanta più confidenza potremo fondare nelle nostre forze, e prepararci a non perdere l’occasione, se mai la fortuna e il tempo ce la porgessero, di acquistare l’indipendenza davvero».

22. Regola senza eccezione: l’indipendenza non si deve né si può ricevere in dono; bensì la si acquista per determinata volontà universale d’una nazione, e col concorso di tutte quante unite le forze degl’individui.

23. Ma né acquistare l’indipendenza, né sarà neppure possibile di prepararsi ad acquistarla col tempo, né l’istruzione o le ricchezze nazionali varranno, né concorso di forze, se non vi sarà unione; e dell’unione si tratta nella sezione seguente, applicando le teorie al carattere degl’Isolani, ed allo stato presente di que’ paesi.

SEZIONE TERZA

DELL’UNIONE

1. Chi conosce i caratteri diversi, i costumi, le animosità municipali e le risse domestiche della maggior parte degli abitanti delle Isole Jonie, non può pensare alla loro concordia politica, e non sentire ad un tempo che il volerla predicare è disperatissima impresa.

2. Allorché gl’individui d’una nazione si trovano in un pessimo stato di discordia civile, come le Isole Jonie, l’unico rimedio è la mano arbitraria d’un potente legislatore; ma si starebbe pur sempre al probabilissimo, anzi per lo più inevitabile rischio, che il legislatore divenisse insieme pacificatore e tiranno del popolo.

3. Questo rischio si accresce nella probabilità, e diverrà assai più funesto negli effetti, allorché il pacificatore è straniero e la nazione dipende dal governo di una nazione lontana e potente. In questo caso l’unione, anziché essere fomentata, è artifiziosamente distrutta da’ governatori forestieri e da quei cittadini che per qualunque interesse si vendono a’ forestieri.

4. Tuttavia, non potendo, pur troppo! assegnare verun rimedio efficace alla discordia, riescirà forse di qualche vantaggio l’indicare sommariamente le origini di questa peste, ed i ripari probabili che il tempo potrà forse recare.

5. Tre sono le sorgenti della disunione nell’Isole.

6. L’una, i vizi inveterati nell’obbrobrioso e codardo governo veneto, il quale essendo per sé medesimo imbecille e cadente, si sostenne ne’ paesi sudditi non tanto con la dignità del proprio vigore, o colla santità delle leggi, bensì con la divisione perpetua del popolo; ed il popolo così diviso diveniva più debole del governo stesso, ed era quindi più agevole cosa l’opprimerlo.

7. La seconda cagione deriva da certo istinto vendicativo che hanno per sé medesimi gl’Isolani; e quindi ne nasce la perpetua passione, non della nobile emulazione, bensì della cupa e misera invidia, per cui ogni uomo vuole, non tanto il proprio bene, quanto il male del suo avversario, e tutti cercano non già di superare gli altri per via d’industria, d’ingegno, di servigi verso la patria, e di buoni costumi, ma di soverchiarli per via di malignità, di calunnie, di cabale e di ogni mal’arte; e non avendo forza propria, si giovano della forza degli stranieri.

8. Della quale sciagurata abitudine e de’ suoi perniciosi effetti se n’ebbe esempio vergognoso nel tempo della Repubblica, allorché gl’Isolani parteggiavano chi in favore dei Russi, chi dei Turchi, chi degl’Inglesi o de’ Francesi; e tutti per dare sfogo a meschine e turpi passioni, e nessuno ad onore o a minima utilità della patria.

9. La terza cagione della disunione deriva in quelle Isole dalla patente e forse naturale diversità di costumi, in guisa che le virtù stesse sono discrepanti fra un’isola e l’altra, e l’economo Zantiotto è dal Corfiotto chiamato avaro; ed il Corfiotto liberale è chiamato prodigo dal Zantiotto; ed il Cefaloniotto industre è chiamato intrigante e cabalone dagli altri Isolani. Oltrediché, pur troppo! L’avarizia, la prodigalità, la cabala sono vizi di moltissimi cittadini delle tre isole sunnominate; così pure d’altri peculiari vizi o d’altre virtù malignate si potrebbe ad un dipresso dire rispetto alle altre isole.

10. Tali sono le tre cause sommariamente espresse della micidiale discordia degl’isolani e delle isole; e quanto a’ rimedi dianzi accennati, si potrebbe ristringerli a tre capi:

11. Primo rimedio. Tentare che a poco a poco spariscano i costumi inveterati nelle Isole del governo veneto; ed estirpare le radici ed i maligni semi dell’opinione sparsa in tutti gli animi «che le ricchezze individuali, e la forza prepotente, e l’astuzia delle brighe sieno superiori alle leggi ed alla giustizia». Questo rimedio va operato in tre modi: 1° per mezzo delle parole e dell’esempio dei padri di famiglia; 2° per mezzo degli scritti dei cittadini illuminati, i quali, ritessendo la storia del passato, mostrino le piaghe e le turpitudini della vita dei nostri padri e degli avi; 3° per mezzo dei ministri della religione i quali esercitino e predichino il Vangelo, applicandolo alla riforma della nazione.

12. Da questo primo rimedio deriverà col tempo il salutare effetto che i Greci nell’Isole abborriranno ogni costume straniero o tirannico, ed assumeranno costumi più peculiari e propri al loro paese; e l’aver abitudini proprie ed aliene dagli stranieri è principio d’unione e d’indipendenza.

13. Rimedio secondo. Bisogna che tutta la gioventù delle Isole s’accordi in due o tre massime generali, e tenda costantemente allo scopo preordinato da esse massime.

14. Per esempio: Ammettere per assioma «che la patria dev’esser servita più per utile delle Isole, e per onore dell’individuo impiegato, che per utilità degl’Inglesi e per lucro degl’individui impiegati».

Ammettere «che qualunque individuo, ove commetta azioni tendenti all’avvilimento ed alla servitù della patria, e prodighi adulazioni agli stranieri, e riveli i segreti dei cittadini, sia, come animale contaminato ed esecrabile, allontanato da ogni casa e da ogni ceto».

15. Ammettere «che nessuna malignità d’un’isola contro ad un’altra sia né detta né ascoltata, e che sieno i vizi, dei quali ogni paese ha la sua parte, sorpassati in silenzio e dissimulati piuttosto col nome discreto di virtù, anziché le virtù scoraggiate e disprezzate coi titoli maligni di vizi».

16. Questa massima non contrasta coll’antecedente, dacché è necessario distinguere delitti e vizi. I delitti vanno provati con narrazione di fatti e puniti; i vizi vanno corretti con consigli ed esortazioni. Poi bisogna distinguere vizi d’individui da vizi nazionali: i primi sono correggibili spesso; i secondi sono inerenti al carattere d’un popolo, e sono quasi natura: ed i vizi nazionali operano e bene e male ad un tempo; però non potendo estirparli, bisogna giovarsene e dissimulare prudentemente il male che disonora la nazione in faccia agli stranieri, e mette la discordia fra popolo e popolo; e incoraggiare il bene.

17. Queste ed altre massime, come sieno addottate quali assiomi impreteribili da tutta la gioventù, ed ogni cittadino operi sempre senza mai trasgredirle, potranno indurre gli animi e le menti a certa concordia morale, che produrrà a poco a poco la concordia politica.

18. È bensì cosa per ora impossibile che tutta la gioventù delle Isole addotti le medesime massime, e che, quand’anche le addottasse, potesse operar diversamente dagli usi che ha succhiati col latte da parenti educati nella schiavitù e nella corrotta ignoranza: tuttavia se la gioventù si unirà tutta per sei o otto mesi di ogni anno in un’Università, il rimedio sarà difficile ad ottenersi, ma non impossibile; e di questo si parlerà nella sezione quarta dove tratteremo della istruzione.

19. Rimedio terzo. Bisogna che i più illuminati cittadini osservino con lungo studio il male della disunione nella sua propria radice, e ne desumano de’ fatti e delle verità generali, colle quali diriggano, ed a poco a poco illuminino i loro concittadini sopra questo soggetto della discordia e concordia civile; soggetto il più importante forse tra tutti gli altri, ed il più degno delle meditazioni dei principi e dei filosofi. E però, ad agevolare lo studio di questo soggetto si daranno qui alcune idee generali.

20. La discordia è malattia naturale al genere umano.

21. Tutti gl’individui sono discordi per diversità di carattere, o d’educazione, o di passioni, o d’interessi, o di simpatia inesplicabile, l’uno dall’altro.

22. Le stesse discordie sono sempre tra famiglia e famiglia, città e città, per le stesse ragioni, e tra principe e principe.

23. Quando un numero d’individui, di famiglie e di città è riunito sotto certe leggi, e formano uno stato politico, la discordia è sempre repressa da’ tribunali, da’ codici criminali e da’ carnefici.

24. Quando la discordia è tra nazione e nazione, o tra principe e principe, non essendovi tribunali o codici criminali che frenino i dispareri, si viene al giudizio definitivo della forza e dell’evento delle armi. Allora il vinto ed il debole si uniscono concordi alla volontà del vincitore e del forte.

25. Or la discordia essendo ingenita negli uomini, in qualunque stato essi si trovino, non si può estinguerla mai senza cangiare la sua natura, o assopire le inclinazioni e le facoltà dell’uomo, o diriggerle in bene o in male.

26. Ma cangiar la natura è impossibile: si può bensì sopirla nell’uomo; e così fanno i tiranni assoluti per mezzo della ignoranza e del terrore; si può diriggerla nell’uomo in male, e così fanno i demagoghi, i ciarlatani, gl’impostori; si può diriggerla in bene, e così fanno i legislatori sapienti, gli ottimi cittadini, i filosofi ed i principi che sono padri dei loro popoli.

27. E però quando in una nazione v’è somma tranquillità e nessuna apparente discordia di partiti e d’opinioni, è da tenere per certo che quella nazione è abbrutita dal terrore e dall’ignoranza, e costretta al silenzio ed alla pace, come Ulisse ed i suoi compagni nell’antro del Ciclope, che li faceva stare come pecore e li divorava, finché gli si ribellarono.

28. Or ammesso che la discordia sia naturale agli uomini, e che non si può sopirla senza istupidire le forze morali ed intellettuali degl’individui, trattasi come diriggerla; ed escluso che non si voglia né si debba diriggerla al male, vediamo come si possa diriggere al bene.

29. Come l’industria confina con l’astuzia, ed il valor militare con la violenza, così i partiti in una repubblica confinano con le fazioni, e le fazioni confinano con le sètte.

30. I partiti si compongono di diverse classi d’uomini, come nobili, popolani e plebei, o di persone che professano opinioni diverse fra loro in politica, e sono discordi circa i mezzi più o meno utili a far prosperare la cosa pubblica; ma tutti que’ partiti sono per altro fortemente concordi nell’amare la patria, nel difenderla tutti come la loro patria, e nell’osservare le leggi.

31. Tali sono anche oggi i partiti in Inghilterra: tali erano in Roma fino a’ tempi de’ Gracchi; ed i Romani e gl’Inglesi riconobbero e riconoscono la loro libertà e l’inviolabilità del dritto della Costituzione dall’opposizione de’ partiti, perché una parte de’ cittadini invigila sull’altra, l’una tiene in rispetto l’altra; e se non fossero discordi, l’indolenza sottentrerebbe, e quindi la servitù.

32. Ma quando i partiti non si stanno ne’ limiti della controversia oratoria, e non si armano della sola e santa forza delle leggi, bensì trascorrono alle animosità ed alle passioni vendicative, e si muniscono di ferro per difendersi e poi per offendersi, finché l’un partito opprima l’altro di viva forza, allora i partiti divengono subitamente fazioni.

33. Fazioni adunque sono nelle città quando i cittadini si guerreggiano a mano armata fra loro. Or per guerreggiare ci vuole un capo; e costui, se è vittorioso, diventa tiranno.

34. Così fra Silla e Mario, benché il primo favorisse la nobiltà romana, e l’altro la plebe, Roma fu schiava or dell’uno or dell’altro; e poi di Pompeo, benché fosse meno impudente; finalmente sotto Cesare, che fondò in perpetuo la tirannide di Roma e dell’universo.

35. Ma quando il popolo che in guerra civile è diviso in fazioni, non possa atterrare del tutto una fazione, così che la lite resti indecisa, avverrà che, stanco finalmente delle carneficine, e impoverito e spossato, si lascerà governare da qualche cittadino più glorioso e più ardito, il quale sotto colore di pacificare la nazione si farà dittatore e tiranno; tanto più che un popolo divorato dalla guerra civile è inetto a tornare subito in libertà. Così fecero Cronvello e Buonaparte, ed anticamente gli Spartani in Atene, e Filippo sovra tutta la Grecia.

36. Debilitato e dissanguato che sia un popolo dalla guerra civile e poscia dalla tirannide domestica, cade naturalmente in mano agli stranieri che lo assaltano: così avvenne a tutte le repubbliche del medio evo, in Italia; così oggi alla Francia.

37. Sètte sono communità o classi o numero d’individui, i quali non hanno combattuto come i partiti con le leggi alla mano per utilità della patria, non combattono come le fazioni per utilità d’un capitano o d’un sistema di governo con le armi alla mano; bensì combattono pei loro soli vantaggi, e si armano di turpi passioni, di cabale e di calunnie reciproche, e guerreggiano di soppiatto, e feriscono celando sempre la mano che scagliò il colpo.

38. La tirannide domestica e straniera fa posare le armi alle fazioni civili; non però queste ritornano a diventare partiti, come nei tempi di libertà; bensì le fazioni degenerano in sètte.

39. Or alla tirannide straniera o domestica, ma molto più alla straniera, giova di distruggere i partiti perché a forza di parlar alto dicono la verità; giova di distruggere le fazioni, perché la moltitudine armata è sempre pericolosa; ma giova di tener vive le sètte, perchè i cittadini odiandosi e diffamandosi e disprezzandosi scambievolmente, lasciano debolissima la nazione, e danno ragione e forza al governo assoluto. Tale è lo stato d’Italia, e tale forse lo stato delle Isole.

40. Ma la peggiore e più sicura arma delle sètte è quella della calunnia; e la calunnia è malattia popolare, la quale va guarita con lo svelarla apertissimamente, e chiamare al tribunale della pubblica opinione gli accusatori bugiardi, e smentirli.

41. Se sopra le cose dette fin qui i cittadini illuminati dell’Isole mediteranno coll’intento di trovare alcun rimedio alla disunione che lacera que’ paesi, forse troveranno che la concordia non consiste tanto nella tranquillità delle opinioni, bensì nel disinteresse con cui le si professano, e nello scopo a cui le si diriggono; e lo scopo dev’essere la prosperità della patria.

42. Bensì, perché le opinioni siano giuste, e che tutti siano illuminati della verità che gli individui non possono prosperare davvero se la patria è infelice, è necessario che i cittadini siano istruiti; e che mentre le lettere e le scienze danno mezzi di eloquenza e di emulazione a’ partiti, insegnino a non degenerare in fazioni, ed a correggere e sradicare tutte le turpi abitudini delle sètte inveterate in quell’Isole da tanti anni: e però a la sezione seguente tratta dell’istruzione.

SEZIONE QUARTA

DELL’ISTRUZIONE

1. S’hanno da distinguere scrupolosamente le discipline letterarie dalle discipline scientifiche. Queste fanno dei filosofi speculatori, quelle educano cittadini scrittori.

2. Letterarie discipline sono la storia, l’oratoria e la poesia, tutti quegli studi insomma che esercitano l’intelletto per mezzo de’ sentimenti del cuore; che insegnano a sentire passioni belle e generose, e rappresentarle, e desumere quindi, e diffondere e perpetuare costumi, opinioni e principj utili alla vita pratica giornaliera degli uomini.

3. Scientifiche discipline sono la matematica, l’astronomia, la fisica e le sue derivazioni, come la meccanica, l’idraulica, la chimica, ec.; insomma tutti quegli studi che esaminano il vero astratto, e per via d’esperienza tentano di scoprire le leggi perpetue della natura, e quindi le applicano alle arti per utilità della vita sociale.

4. È stato fino da’ tempi antichi osservato dagli uomini saggi che le lettere fioriscono utilissime e splendide ne’ governi e ne’ tempi repubblicani, e che le scienze fanno maggiori progressi ne’ governi e ne’ tempi monarchici.

5. La ragione è evidente. Le lettere ammaestrando gli uomini per mezzo dello studio degli uomini, ed eccitando passioni, e commovendo l’anima a tutti gli affetti tumultuanti dell’uomo, danno più vigore ad operare, rinforzano i sentimenti d’indipendenza individuale, agitano tutte quante le opinioni morali e politiche. Inoltre, per essere egregio letterato bisogna essere sperimentato di tutte le cose, azioni e passioni umane delle quali si scrive; e lo stato repubblicano concede più attività alla vita ed alla penna degli uomini d’ingegno, perché quanto meno una nazione soggiace all’arbitrio d’un solo, o di pochi, tanto più vuol esser governata per mezzo della persuasione e dell’eloquenza; e l’eloquenza nel suo primo significato è l’anima d’ogni letteratura.

6. Invece le scienze, astraendo chi le coltiva da ogni passione umana e da qualunque attività sociale, ed alimentando negl’intelletti l’abitudine delle speculazioni mentali e l’amore dell’abilità contemplativa, dividono gli scienziati dalle tempeste della repubblica, e li confinano ne’ loro gabinetti e nei loro laboratorî, in guisa che pensando ai moti delle stelle, trascurano le vicissitudini della terra, ed invasandosi della perfezione ideale, si annoiano dell’incorreggibile imperfezione dell’uomo, e pensando alla felicità dell’universo mondo, non guardano per minuto il bene che sarebbero obbligati di fare, e farebbero forse, se vi si applicassero a quell’angolo della terra dove la Provvidenza li ha fatti nascere.

7. Gli scienziati sono per lo più cosmopoliti, perché le loro dottrine si esprimono per cifre e per segni di alfabeto universale, in guisa che sono intesi dagli scienziati di tutto il mondo, e si servono più d’aritmetica che di eloquenza.

8. I letterati invece sono amatori e propugnatori più acri della loro nazione, e nemici degli stranieri, perché la letteratura aggirandosi tutta quanta sopra le opinioni o passioni de’ mortali, e per le une e per le altre essendo necessaria una lingua da esprimerle, il letterato non può servirsi che della lingua sua materna; e per essere letto ed inteso e stimato, deve parlare alla mente de’ suoi concittadini, i quali soli possono stimarlo quanto merita, essendo essi soli capaci di ben intendere la lingua nella quale le opere letterarie son dettate.

9. Dal fin qui detto non si deve già intendere che si abbiano da escludere dalla educazione degl’Isolani le discipline scientifiche, ed abbracciare unicamente le letterarie; ma s’ha da distinguerle, per giovarsi utilmente delle une e delle altre, dirigendole all’unico scopo di educare uomini utili in tutti i sensi alla patria.

10. S’è anche voluto qui fare alcune osservazioni sul troppo abuso delle discipline scientifiche e sui loro effetti politici, affinché gl’Isolani non si lascino adescare dalla moda accademica, e s’appiglino alla chimica ed alla matematica, sprezzando la facoltà oratoria e la storia.

11. Nello studiare ed insegnare le scienze bisogna precipuamente proporsi tanto la scoperta di nuove teorie, quanto l’applicazione delle teorie già dimostrate; e tutti i professori scientifici dell’Università jonia dovrebbero avere per istituto di spiegare le scienze in quella parte che può praticamente giovare alla navigazione, alle manifatture, all’agricoltura ed a tutte le arti e gli usi della vita.

12. Importa che i giovani greci nel darsi agli studi si ricordino della sentenza di Plutarco, il quale parlando di Temistocle, lo loda d’essersi astenuto dalle dottrine de’ filosofi oziosi, ed essersi invece applicato a nudrirsi la mente e l’animo della sapienza utile alla vita politica.

13. E circa allo studio delle lettere, bisogna evitare il metodo usato, grammaticale, pedantesco, minuto, che noiando la gioventù con le regole troppo metafisiche per se stesse, e con esempi troppo aridi, riducevano i classici latini in membretti di cadaveri inanimati e fetenti, sui quali i maestri e i discepoli facevano l’anatomia.

14. Leggansi i classici greci – poscia i latini – poscia gl’italiani.

15. Nella lettura di essi classici il professore esponga: 1°. la storia de’ tempi in cui visse l’autore; 2°. la vita ed il carattere dell’autore considerato com’uomo, e l’utile o il danno che può aver arrecato a’ suoi tempi, a’ concittadini ed ai posteri come scrittore; 3°. per ultimo si facciano vedere le bellezze ed i difetti generali dell’opera letta; e poi nell’osservazione generale si discenda di grado in grado ai particolari, sino alla minuta analisi. Così si volterà l’ordine dei collegi e dei seminari, dove l’analisi minuta e noiosa precedeva l’osservazione sul tutto; osservazione che quei maestri non sapevano o non potevano far mai; però tutta la loro scuola si riduceva a pedanteria infruttuosa.

16. Allora le lezioni sui classici, cominciando dal Vecchio Testamento ed Omero, sino agli ultimi scrittori italiani d’epoca in epoca, conterranno la storia letteraria, morale e politica da’ tempi antichissimi ai dì nostri.

17. Dalla esposizione di tante scene storiche e dalle osservazioni sovr’esse si potranno desumere delle verità universali applicabili allo stato presente e futuro della Repubblica.

18. Ma perché vi siano dei professori atti a fare queste lezioni, ed insieme degli uditori atti ad intenderle e profittarne, è indispensabilmente necessario che vi sieno anche delle scuole primitive e normali, ove i giovani s’apparecchino agli studi, innanzi d’intraprenderli nell’Università.

19. Le scuole normali hanno da stabilirsi, ove più ed ove meno, in tutte le Isole: in queste scuole devono i giovani imparare per pratica ed elementi teorici (ma la pratica preceda sempre la teoria) le tre lingue greca, latina ed italiana; e nessun giovane sarà accettato nell’Università, se non dopo esame che provi la capacità dell’alunno ad intendere esse tre lingue, ed a spiegarne a prima vista gli autori.

20. Nelle scuole normali devonsi, senza eccezione né privilegi di grado o di nobiltà, mandar tutti i fanciulli dagli otto ai diciott’anni, tempo in cui saranno ammessi alla Università.

21. Le scuole normali devono essere stabilite dalla città, dirette da maestri provati, e sotto l’ispezione d’un magistrato municipale.

22. L’Università dev’essere in un’isola men popolata e meno avvezza ad usanze e vizi stranieri, per esempio Itaca, dove concorrendo tutt’i giovani delle Isole, ed ascoltando gli stessi maestri, ed impiegandosi ne’ medesimi studi, nell’età in cui il cuore umano s’apre all’amicizia, e la prepara e convalida per l’età virile, sarà da sperarsi che a poco a poco la generazione crescente e la futura perda le misere invidie e gli astii ed i sentimenti maligni che oggi (come già per l’addietro) dividono gli animi degl’Isolani.

23. S’abbiano tre precauzioni: 1° che i professori sieno eletti e pagati dal governo amministrativo de’ Greci, e che la massima della libertà ed indipendenza futura della Grecia sia l’anima delle loro lezioni; 2° che gli stessi fomentino e direttamente ed indirettamente la concordia e l’unione futura de’ giovani greci, e non solo con le parole, ma coll’esempio; e però s’invigili che fra’ professori stessi non insorgano gare e clamorose rivalità, comuni pur troppo a molte Università dell’Europa; 3° che i professori non abbiano parte attiva nel governo, nè siano eletti nella magistratura, perché in tal caso l’amor del potere e l’ambizione potrebbe indurli a rinnegare la loro professione politica, e contaminarsi nelle brighe, e vendere la loro penna e la loro voce al denaro degli stranieri e delle sètte.

24. Sia regolato per legge che i giovani nell’Università non possano avere dalle loro famiglie se non una somma fissa, non più: se la povertà dei parenti contende che i giovani abbiano, per esempio, dieci talleri al mese nell’Università, sia permesso che n’abbiano meno, ma non si permetta che n’abbiano più dei dieci fissati.

25. Questa precauzione è necessaria per due motivi: 1° perché il danaro distrae dallo studio, alimenta i vizi e l’ozio; e 2° perché il danaro metterebbe rivalità e distinzione tra i giovani, e superbia da una parte ed umiliazione dall’altra, cosicché si verrebbe ad irritare la discordia che si vuole ad ogni modo sedare.

26. Il corso degli studi all’Università deve durare sei anni al più, e cinque al meno.

27. Ogni anno scolastico deve durare otto mesi, lasciandone quattro di vacanze, sì perché i giovani possano rivedere i loro parenti ed aiutarli nei più occupati mesi dell’agricoltura, e sì perché i professori ed i discepoli si riposino, si preparino e tornino con animo più lieto agli studi.

28. Sarà bene che vi sia una cattedra di lingua e letteratura inglese.

29. Compiuto che i giovani avranno il corso degli studi nell’Università patria, potranno, avendo domestiche facoltà, avventurarsi a viaggiare e perfezionarsi nella scienza o nell’arte a cui si saranno applicati, studiando anche nell’altre Università d’Europa.

30. Inoltre sarà utile se uno o due giovani d’ogni isola, i quali si siano segnalati negli studi, vadano a viaggiare per sei o sette anni ciascheduno a spese pubbliche della propria città; e questi poi potranno tornare più dotti, ed occupare le cattedre che resteranno di mano in mano vacue nell’Università d’ Itaca.

31. I viaggi fatti dopo il corso degli studi ed in età quasi virile preserveranno la gioventù da’ vizi e dalle stoltezze vane che contrae quando esce in tempo di fanciullezza dalle Isole, e vive abbandonata a sé ed alla sua ignoranza ed inesperienza nelle scuole e nelle città capitali d’Europa.

32. Anzi, per isradicare avanti tempo l’uso già prevalso di spatriare i giovanetti troppo immaturi, mandandoli a studiare in Italia od altrove, riescirà efficace il creare una legge per cui nessun medico, avvocato o notaro sarà ammesso ad esercitare l’arte o la professione nelle Isole, se non avrà fatto il corso degli studi nell’Università patria: così pure nessun cittadino potrà essere eletto a magistrature, se non avrà puntualmente adempiuto alla medesima legge; la qual legge riescirà inoltre santissima anche per altre ragioni.

33. I giovani che, dopo compiuto il corso degli studi, andranno a proprie spese od a spese pubbliche a viaggiare per istruirsi, faranno bene ad incominciare il viaggio venendo prima in Inghilterra: poi nelle Università di Germania, poi di Francia, per ultimo d’Italia.

34. Prima in Inghilterra: si può imparare più facilmente, nell’età atta alle lingue, l’idioma inglese, e conoscere il governo col quale s’ha da fare; ed in Italia per ultimo, affinché arrivandovi in età virile, e dopo l’esperienza di lunghi viaggi, l’animo del giovane sia in minore pericolo di contrarre i vizi e le guaste abitudini di quel paese; abitudini che per l’antica e larga dominazione degl’Italiani nell’Isole, sono più omogenee e più contagiose ai giovanetti isolani.

35. Sarà bene formare nell’Università non solo una biblioteca ed un museo, ma ben anche una tipografia, nella quale si stampi un giornale di mese in mese, contenente traduzioni degli articoli più utili de’ giornali inglesi, francesi, tedeschi ed italiani, come pure estratti di opere fatti da’ professori e da discepoli; inoltre memorie originali; finalmente un ragguaglio de’ progressi e degli studi dell’Università.

36. Questo giornale dovrà essere scritto in greco volgare nobilitato, ad esempio dei prolegomeni dell’illustre Corai.

37. Questo giornale deve in ogni suo fascicolo contenere un articolo risguardante la politica; ma non già la politica de’ gabinetti, o novelle di gazzette, o adulazioni o satire ai governi; bensì disquisizioni teoriche de’ principj politici, con l’intento d’imbevere la gioventù delle massime più utili alla nazione.

38. A ben fare sì fatti articoli politici sarà necessario lo studiare gli autori più illustri in questa materia, e se ne darà qui infrascritto un breve catalogo: né si pongono qui tutti, né quei che si pongono son tutti eccellenti, anzi gli eccellenti stessi hanno moltissimi errori; ma nulla è perfetto sopra la terra.

ALCUNI SCRITTORI POLITICI

1. Politici pratici: Tucidide, Senofonte, Plutarco, Polibio, Livio, Sallustio, Tacito, Svetonio, Machiavelli, Guicciardini, Sarpi, Paruta, Thuanus (chiamato in francese le président de Thou), Hume, Robertson, e tutti insomma gli storici migliori d’ogni nazione; e non è da dimenticarsi Filippo de Comines.

2. Politici teorici: Platone, Plutarco negli Opuscoli, Cicerone nel libro De legibus, Ugo Grozio, Pufendorfio, Harrington, Montesquieu, Hobbes ecc.

3. Politici economisti: Gli economisti italiani, de’ quali v’è in Italia una collezione di 48 volumi; – Mirabeau padre, l’amidu peuple; Mirabeau figlio, La monarchie prussienne; Smith, La ricchezza delle nazioni; Stewart, Malthus, Della popolazione.

4. Politici oratori: Demostene, Eschine, e gli altri greci; Cicerone, le lettere Ad familiares Ad Atticum. Finalmente una raccolta, se fosse trovabile, di tutte le dispute dell’Assemblea costituente, dell’Assemblea legislativa e della Convenzione nazionale di Francia: siffatta raccolta si può estrarre dal Monitore francese di questi anni 1790–91–94. – Inoltre sarebbe bene avere l’annuale Registro parlamentario dell’Inghilterra, stampato in Londra e compilato da Cobbet negli anni passati: finalmente tutte le discussioni nelle diete di Germania, specialmente del regno di Würtemberg, intorno alla fondazione d’una costituzione.

Tutti questi libri, segnatamente quei sotto la rubrica Oratori politici, non gioverebbero gran fatto a dare norme precise per fondare un’ottima costituzione nelle Isole: gioverebbero ad ogni modo a spargere molta luce sulla vanità di quelle teorie di libertà e di giustizia assoluta; gioverebbero a scoprire l’inutilità degli sforzi di tanti uomini di Stato; e così i cittadini illuminati nelle Isole potrebbero pigliarne esempio del bene e del male degli altri popoli, e se non altro, evitare gli altrui errori ed i funesti effetti che ne seguirono quando s’è voluto fondare costituzioni contrarie ai tempi ed alle nazioni.

SEZIONE QUINTA

DELLA COSTITUZIONE

1. Due modi vi sono da stabilire la costituzione di un popolo: o per una serie di leggi emanate per lungo corso di tempo secondo le emergenze; oppure per mezzo di uno Statuto creato di pianta.

2. Il primo modo è fondato sull’esperienza, perché i bisogni ed i casi passati e presenti della repubblica fanno provvedere, per mezzo or di una or di un’altra legge, al futuro. Il secondo modo è fondato sopra la teoria.

3. I Romani anticamente, ed oggi gl’Inglesi e gli Svizzeri, fecero costituzioni secondo il primo modo, consistenti in una serie di antichissimi decreti, d’usi, di concessioni private e pubbliche, di leggi regie, di senatusconsulti e decisioni di diete e di parlamenti; e queste specie di costituzioni sono le migliori e le più durevoli.

4. Gli Ebrei, e poscia gli Ateniesi e gli Spartani nell’antichità, e fra’ popoli moderni gli Americani ed i Francesi hanno avuto costituzioni fatte al secondo modo, cioè sopra alcune teorie universali o sopra rivelazioni divine; e queste costituzioni sono per se stesse meno durevoli e di evento pericoloso, ma soprattutto esigono o gran barbarie ed ignoranza nella nazione, o gran lume d’incivilimento, esente per altro dalla mollezza e dalla corruzione che accompagnano quasi sempre l’incivilimento medesimo.

5. Perché a fare che una e costituzione sia valida per sé stessa, bisogna che non contrasti con le inveterate abitudini d’una nazione; e volendo cangiar le leggi, ne viene di necessità che bisogna mutare le abitudini; ed è come fare che una nazione cangi natura.

6. A sì fatto intento è necessario l’operare assolutamente e con pieno arbitrio, ed uccidere principi e mutare istituti, usi e religione, e sacrificare il sangue di molti individui, e far cambiare padroni alle proprietà ed alle terre; rinnovare insomma la nazione in guisa che la nuova costituzione trovi nuovi gl’individui ai quali si vuole applicarla. Così fece Licurgo, e più rigorosamente Mosè, e più felicemente fece Maometto.

7. Ma questi tre legislatori ebbero necessità d’indurre nella mente degli uomini la certezza che quanto essi operavano era comandato dal Cielo, e nel tempo stesso sostenere le loro profezie colle armi alla mano e con orribili stragi.

8. Gli Americani, di cui si è parlato dianzi, quand’incominciarono a voler dar leggi ricorsero all’illustre Locke, ed egli propose loro una costituzione fondata sopra teorie; e fu adottata ed applicata, ma non riescì.

9. Gli Americani stessi, nella guerra che ebbero con l’Inghilterra, e nelle sciagure da loro provate, e nella necessità di costituirsi in modo d’essere forti, giusti ed indipendenti, stabilirono sopra teorie illuminate dall’esperienza la costituzione che hann’oggi.

10. Pure questa costituzione non durerebbe, se non vi fossero tre cause felici per essa. 1°. Nell’America v’è più terra coltivabile che uomini; quindi ogni individuo può impiegare nella terra o i suoi capitali o il suo lavoro, e quindi divenire indipendente, acquistando nel possedimento di terra coltivata da esso un dritto alla cittadinanza; e questa abbondanza di terra agevola la distribuzione delle proprietà, ed impedisce l’estrema ricchezza da una parte, e l’estrema povertà dall’ altra. 2°. In America c’è l’incivilimento senza la corruzione dell’incivilimento europeo. 3°. In America le generazioni vanno crescendo d’anno in anno, in guisa che ogni quindici anni la popolazione si raddoppia di numero; però la costituzione fatta da pochissimi millioni di cittadini, e adottata dai loro bisogni, non può essere trasgredita da quei che nascono in seguito, perché non hanno idee né interessi per altre leggi, e sanno che per esse incomminciò a prosperar la patria.

11. Ma in Francia le contrarie ragioni impedirono lo stabilimento d’una costituzione repubblicana, benché fondata sopra luminose teorie, e benché a più riprese modificata, perché v’erano pochi possessori di terra e moltissimi proletari; perché l’incivilimento era estremo, e misto alla estrema corruzione; finalmente perché quella generazione era nata ed educata con inveterate abitudini sotto leggi diverse; né tante rivoluzioni e stragi bastarono a mutar le abitudini.

12. Le ragioni medesime, oltre parecchie altre accessorie derivate dalla rivoluzione, impediranno forse per sempre, ma certamente per lungo tempo, che la Francia abbia, non che una costituzione repubblicana, ma neppure una monarchica; l’avrà in dritto come l’ha ora, ma non l’avrà in fatto; ed è men male il non aver leggi, che il violarle ogni giorno.

13. Tutte queste considerazioni si son fatte fin qui intorno alla costituzione, dacché l’Europa par che abbia adottato per assioma che basta una costituzione scritta a cangiare i sistemi politici e rimediare a tutti i mali d’una nazione.

14. Or applicando le sopraccennate osservazioni all’Isole Jonie, certo è che sarà facilissimo il progettare e discutere una costituzione, e ratificarla e farla accettare dal popolo, ed approvare dalla potenza protettrice; ma il punto sta nell’eseguirla e non mai romperla.

15. Perché una costituzione sia religiosamente eseguita, necessità è che sia conforme ai costumi, non viziosi, nazionali; utile agl’interessi dell’universalità degli individui, e superiore ai magistrati che la fanno eseguire.

16. Quest’ultimo requisito è malagevole ad ottenersi, dacché la forza con che i magistrati fanno eseguire le leggi dev’essere loro conceduta dal popolo, ed in questo caso il popolo può chiamare a rendiconto i magistrati e punirli dell’inesecuzione o violazione della legge: ma nell’Isole la forza risiede in mano degli stranieri, i quali sono obbligati a fare eseguire le leggi ai cittadini, non però sono obbligati a rispettarle essi stessi; e purché i commissari generali inglesi rispettino la costituzione inglese, potranno, ove l’interesse della loro nazione il dimandi, rompere la costituzione dell’Isole, specialmente in tempo di guerra.

17. Regola senz’eccezione: quando il violatore d’una legge non è punito in vigore della stessa legge o dal popolo o dal principe che ha fatta la legge, bensì da leggi e da magistrati d’altri paesi, la costituzione è ridicola.

18. Or quand’anche i commissari e generali inglesi fossero rei verso le leggi dell’Isole Ionie, e fossero dichiarati degni di punizione da’ magistrati inglesi, la giustizia, quand’anche rigorosamente fosse fatta (il che non è molto probabile), sarebbe fatta in Inghilterra e dal governo inglese, e l’individuo colpevole sarebbe giudicato con leggi diverse da quelle che esso aveva violate.

19. Tuttavia, supponendo che le Isole (come infatti hanno bisogno d’una costituzione, e la si vuol dare ad esse dall’Inghilterra), supponendo ch’esse o i lor cittadini possano liberalmente dir le loro opinioni, e ventilare ed approvare una costituzione che fosse utile e durevole, pare che la si debba posare sopra quattro fondamenta; e sono:

20. 1° fondamento della costituzione, che lo Stato sia più federativo che unitario: 2° fondamento, che la cittadinanza attiva ed i diritti politici degl’individui siano desunti dall’unico possedimento delle terre: 3° fondamento, che il sistema civile, criminale e correzionale sia indipendente dal potere esecutivo, e che i giudici siano eletti da tutti quanti i cittadini che posseggono terre; e che la forza necessaria ad essi magistrati sia forza cittadinesca, di milizia municipale, senza nessun intervento della forza inglese, né ammissione d’arbitrii di quei magistrati inquisitoriali che oggi si chiamano Polizia: il nome stesso, non che la cosa, dev’essere escluso dalle Isole, e la sorveglianza sopra i costumi e la tranquillità della città dev’essere amministrata da’ magistrati eletti secondo le leggi, e responsabili d’ogni azione arbitraria che commettessero contro gl’individui: 4° fondamento della costituzione, i ministri della religione dovrebbero essere, benché in assai picciolo numero, ammessi nelle magistrature unicamente legislative, e purché fossero provveduti di ufficiature ricche, e sovrattutto fossero padri di famiglia; ed anche ne’ laici s’hanno ad escludere possibilmente gli uomini celibi.

21. Ragione del 1° fondamento. Uno Stato che ha una capitale riceve le spese del suo mantenimento da tutte le terre e città che compongono esso Stato, ed il denaro si spende e s’amministra nella capitale, ove risiedono i primi magistrati; cosicché la capitale s’arricchisce a spese delle altre città. Questo sacrifizio per altro è necessario, perché agli Stati che hanno bisogno di armi per difendersi ed offendere conviene avere un centro comune di riunione e di direzione. Ma le Isole non sono in questo caso: non che potersi armare ad offesa, non possono neppure difendersi da se stesse, ed in ciò dipendono dalle forze britanniche.

Or non essendovi l’utilità del governo unitario, il fare un solo Stato di queste sette Isole produrrebbe i mali inerenti ad essa unità, e produrrebbe nessun de’ beni. Riunendosi, per esempio, in Corfù tutti i notabili componenti un senato ed un tribunale supremo, si spenderebbe molto denaro in quella sola città; denaro che uscirebbe dalla borsa di tutte le altre isole.

La divisione geografica di esse renderebbe meno spediti gli ordini del governo generale, e spesso il mare e le stagioni impedirebbero le comunicazioni; la divisione morale si esacerberebbe nelle dispute in senato, ed ogni deputato volendo troppo acremente proteggere la propria città contro le usurpazioni progressive della capitale, perpetuerebbe i dispareri civili. Finalmente il governo inglese avendo in Corfù un senato sotto la sua vigilanza perpetua, potrebbe sedurre od intimorire tutt’in una volta i deputati delle Isole, favorirebbe le loro cabale per dividerli, ed impadronirsi dei voti della pluralità. E però le Isole si amministrino ciascuna da sé, come i cantoni della Svizzera: poi abbiano una dieta generale di uno o due mesi l’anno, che s’unisca un anno a Corfù, un anno a Cefalonia, un anno a Zante, e tratti gli affari comuni.

22. Ragione del 2° fondamento. Terra senz’uomini vi può essere; uomini senza terra non mai. La terra fa nascere e vivere gli uomini: i possessori della terra alimentano tutti gli altri: i possessori della terra hanno più interesse di difenderla: essi, alla stretta dei conti, anticipano con le tasse i soccorsi necessari al governo: i consumatori pagano a poco a poco esse tasse a’ possidenti delle terre; ma quando le tasse sono troppo forti sulle derrate, queste sono men consumate, ed i possidenti ricevono meno entrata. Le ricchezze commerciali fondate sovra soli capitali in numerario sono caduche, illusorie, e possono essere da un’ora all’altra trasferite altrove, e gli uomini unicamente commercianti, senza possedimento di terre, non possono mai essere cittadini zelanti: le loro speculazioni dipendono più dagli eventi del sistema mutabile del mondo, che dalla città ov’essi vivono, e che possono a lor piacere abbandonare, e spogliarla di numerario. I soli commercianti utili sono quelli che trafficano de’ frutti dell’agricoltura e delle terre ch’essi stessi posseggono e fanno coltivare; e se in un anno la terra tradisce le speranze, l’anno seguente le adempie. Gli uomini senza terre né capitali in numerario, e che si chiamano proletari, vivendo dell’unico frutto del loro giornaliero lavoro, dipendono per conseguenza da quelli che li fanno lavorare e vivere, e quindi non possono avere mai volontà propria: inoltre non sono attaccati al suolo, che possono abbandonare se trovano migliore esistenza: poi sono facili a lasciarsi corrompere dall’altrui denaro, ed ingannare dall’altrui suggestioni, per le due ragioni ch’essi son miseri ed ignoranti, ed agiscono più per impulso del bisogno e delle passioni momentanee che per lume d’ingegno e di sapienza. Adunque ristringendo i cittadini attivi, ed elettori ed eleggibili, a’ soli possessori di terre, bisogna che la costituzione assegni gli stessi diritti a tutti i possidenti a senza distinzione del più o del meno; e purché un uomo possegga per patrimonio o per lungo spazio di enfiteusi una sola partita di terreno, deve essere ascritto fra i possidenti, e partecipare d’ogni magistratura.

23. Ragione del 3° fondamento. Ognuno vede che in uno Stato così costituito, dove il sistema politico esterno è affatto nullo, e che nessuna pace e nessuna guerra può avere, e poca milizia, la parte la più importante, anzi l’unica necessaria ed utile davvero ai cittadini, e che possa essere esercitata da’ cittadini stessi, è la magistratura de’ tribunali. Però lo studio maggiore dev’essere di fare un codice di leggi, non molte, ma eque per quanto è possibile, e farle eseguire quanto alla parte civile, criminale e correzionale dai magistrati eletti dal popolo, cosicché la straniera forza non abbia preponderanza nella giustizia e nelle liti tra cittadino e cittadino. Ma se i giudici fossero stranieri, o vi fosse una polizia arbitraria, ne nascerebbe che i tribunali nazionali ed ordinari non avrebbero se non se limitatissima facoltà legale; ed intanto una facoltà illegale ed arbitraria, posta in mano di stranieri od inquisitori, opprimerebbe il popolo, ed impedirebbe l’esecuzione letterale della legge.

24. Avvertasi che i giudici debbono essere scelti da un’isola per essere, se fosse possibile, mandati in un’altra; così non vi sarebbero protezioni, né ire, né pregiudizi di sètte e di vendette domestiche.

Sarebbe bene che i giudici fossero nel tempo avvenire eletti da quelli che si sono più distinti nel corso degli studi dell’Università patria, e che avessero terminato un viaggio in Europa. Così sarebbero più scevri d’idee municipali.

25. Sarebbe bene il vietare per legge che i celibi fossero giudici, o ch’esercitassero gravi magistrature: il popolo è mal governato quando non è guidato da padri di famiglia, i quali per la loro figliuolanza sono obbligati a pensare all’avvenire, a temere il disonore e l’esilio, e sono insieme in tale tenore di vita da sentire men fortemente le umane passioni.

26. Principio santissimo: «lo Stato si compone non già d’individui, ma di famiglie».

27. Un altro principio: «non può governare lo Stato qualunque non ha dato prova di saper governare la propria famiglia».

28. Ragione del 4° fondamento. S’è detto di ammettere nelle magistrature puramente legislative i ministri della religione. In altri paesi, specialmente ne’ cattolici, dove i sacerdoti sono celibi e si credono sotto la diretta dominazione d’un principe straniero al governo in cui vivono, siccome è il Papa, questo consiglio di ammettere sacerdoti nelle magistrature sarebbe dannoso. Inoltre il troppo incivilimento ed il pirronismo filosofico ha messo in dubbio la rivelazione nelle menti di molti mortali in Europa. Nelle Isole per altro la religione è tuttavia vigorosa nell’animo degli abitanti, i quali quando vedessero le loro leggi approvate da’ sacerdoti, le adempirebbero con venerazione. Aggiungasi che essendo religione diversa dall’anglicana, i commissari e generali inglesi cesserebbero di opprimere patentemente una nazione la quale è propensa a credere a’ sacerdoti; ed i sacerdoti, ove fossero ammessi agli onori delle magistrature, favorirebbero con tutti i loro sforzi la prosperità e l’indipendenza della loro patria. Ma non bisognerebbe ammettere se non se i sacerdoti della religione greca, ch’è l’universale dell’Isole, e tollerando le altre religioni, specialmente la cattolica, escludere dalle magistrature i sacerdoti d’ogni culto che non fosse il dominante. Ma non si deve a niun patto dare a’ sacerdoti greci nessuna magistratura; amministrativa o giudiziaria, ingerenze incompatibili col sacerdozio, alieno dall’amministrazione pecuniaria, dalle liti fra i cittadini, dalle sentenze che infliggono punizioni corporali e di sangue. Bensì la loro ingerenza dev’essere al tutto legislativa; assistere cioè nelle diete costituzionali ed annuali alla proposizione delle leggi, emettere anch’essi in via di consiglio le loro opinioni, e votare. Avvertasi che i sacerdoti siano in poco numero, e tutti, come si è detto, padri di famiglia, agiati di sostanze, per quant’è possibile, indipendenti da ogni emolumento e beneficio di principi o vescovi delle altre chiese greche fuori dell’Isole; cittadini nativi dell’Isole; finalmente dotti in letteratura. Quest’ultima condizione ecciterebbe molti giovani preti ad attendere con più zelo agli studi, onde rendersi degni di sedere nelle diete della nazione.

29. Se poi le diete, o parlamenti, o senati debbano essere distinti in due camere alta e bassa, oppure in una sola, è questione da non potersi determinare se non col catasto alla mano, e col censo delle proprietà territoriali delle famiglie possidenti nelle Isole. Non pare però ad ogni modo che vi siano tali sproporzioni di fortune da ammettere due camere, come in Inghilterra; né vi sono feudi abbastanza da fondare molti maggioraschi, ed assegnare ai primogeniti la sede nella camera alta. Oltre di che, i feudi nella rivoluzione sono stati aboliti: poi due camere esigerebbero maggiori spese: finalmente irriterebbero le ambizioni di preminenza tra nobili e popolani, ricchi e poveri; ambizioni che invece si debbono temperare, per non fomentare le discordie e gli astii civili. Ma la maggior ragione per cui due camere sarebbero inopportune, consiste in questo, che i Pari ed i Deputati delle Communi sono cose appartenenti ad una monarchia costituzionale: invece le Isole hanno ad essere costituite in repubblica.

30. Tutto quanto s’è fin qui detto nella presente e nelle passate sezioni di questo scritto è detto in via di proposta e di consigli probabili: ma a ben regolarsi sul dritto che gl’Isolani hanno di operare in pro della loro patria, e sulla possibilità di mettere ad effetto le buone intenzioni, bisogna por mente allo spirito del Trattato che ha posto le Isole sotto la protezione del re d’Inghilterra.

SEZIONE SESTA

SUL TRATTATO

Osservazioni

1. I patti fra uomo e uomo e fra nazione e nazione essendo espressi per via di vocaboli, ed i vocaboli, per l’imperfezione dell’umano intelletto, non potendo essere mai bene definiti, in guisa che corrispondano esattamente alle idee, avviene sempre che per quanto un trattato sia chiaramente scritto, e con buonissima fede, lascia ad ogni modo appigli a nuove liti, e le parti contendenti sostengono la loro ragione con le diverse interpretazioni de’ vocaboli e delle frasi.

2. A questo inconveniente naturale s’aggiunge un inconveniente artificiale, perché è regola universale de’ diplomatici di stendere i trattati in guisa che possano con ragioni di parole o pretesti plausibili rompere i patti in qualche articolo; e sostengono la violazione con argomenti, e si preparano alle armi ogni qual volta torni loro conto a disfare il trattato.

3. Non essendovi più patti, né leggi e tribunali coercitivi fra nazione e nazione, la stretta dei conti non può essere liquidata che dalla forza e dalla vittoria dell’armi.

4. Dal trattato di Parigi 5 novembre 1815 appare che le Isole Jonie furono considerate come paesi sui quali tutti gli alleati avevano uguali dritti ed uguale forza di possederle: non si fa motto né cenno che le Isole avessero dritti o meriti all’indipendenza, né facoltà di disporre di se medesime, o di chiedere protezione piuttosto d’uno che d’altro monarca; nessun contratto l’Inghilterra ha fatto con esse: ha bensì fatto dei patti con la Russia, la Prussia e l’Austria; e le Isole furono e sono in istato assolutamente passivo.

5. Quanto alle formole, è scritto con frasi e vocaboli in modo da lasciare dritti, argomenti e questioni indissolubili dall’una e dall’altra parte. Or queste liti non possono essere decise che dalla Russia, Prussia e Austria, che hanno fatto il contratto con l’Inghilterra: bensì l’Inghilterra ha voce e forza: le Isole non hanno né armi né ambasciadori; non possono (vedi l’articolo 7) trattare da sé ciò che spetta al gius delle genti, perché gli ambasciatori inglesi assumono l’uffizio di trattare per essi.

6. Le Isole sono sempre nel trattato chiamate Stati Uniti: le parole vogliono dire che ogni isola formi uno Stato da sè, e che dovendo fondare una costituzione, sta in loro arbitrio di stabilirsi in un governo federativo od unitario.

7. Eppure l’articolo 1° del trattato toglie loro questo arbitrio, perché dichiara che formeranno uno Stato solo, libero ed indipendente.

8. La libertà e l’indipendenza essendo loro vietate quanto alla difesa militare, pare che dovrebbero essere libere ed indipendenti quanto alla formazione della costituzione ed all’amministrazione governativa, quand’anche il governo fosse unitario.

9. Ma l’articolo 4° del trattato non solo esige che la costituzione sia approvata dal re d’Inghilterra, ma incarica un Alto Commissario, il quale, oltre alla convocazione dell’Assemblea costituente, ha dritto e dovere d’invigilare e diriggere le operazioni dell’Assemblea.

10. Parrebbe che quando la costituzione ricevesse la sanzione del re, le Isole sarebbero libere per la loro amministrazione, e che le funzioni e i poteri dell’Alto Commissario cessassero.

11. Ma l’articolo 3° del trattato assegna al governo inglese il dritto ed il dovere di applicare una sollecitudine particolare alla legislazione ed all’amministrazione generale delle Isole. Notisi che il vocabolo sollecitudine, tanto in latino che in italiano ed in francese (e il trattato è in francese), significa attenzione vigilante, premurosa e quotidiana; ed appunto per questo, e perché l’amministrazione involve le funzioni e l’emergenze giornaliere e future, il re d’Inghilterra deve e può, in forza dello stesso art. 3°, tenere un Commissario superiore che dovrà risiedere nelle Isole in nome del re; ed è da osservarsi la forza del vocabolo risiedere, che non ammette limite di tempo.

12. I porti, sotto titolo d’onore, sono militarmente, per l’art. 7°, soggetti all’assoluta ed esclusiva giurisdizione britannica.

13. Il tempo dell’occupazione militare, in via di protezione e di difesa delle Isole, è indefinito a perpetuità.

14. Il numero de’ soldati nelle guarnigioni in tempo di pace dipenderà, secondo il trattato, dalla possibilità economica dell’Isole; ma non è esclusa nel re la facoltà di poter tenere nell’Isole quanto esercito gli piacerà, pagandolo dal suo erario: or tenendo molto esercito a suo beneplacito, potrà esigere tale convenzione da ricavare dall’Isole quanto più tributo saranno in caso di somministrare; e così l’Inghilterra terrà a spese degl’Isolani in quei paesi il maggior numero di armi possibile.

15. Il pericolo accennato nel precedente paragrafo pare evidente; perché, quantunque s’abbia da stipulare una convenzione fra le Isole ed il governo inglese circa alla forza da stipendiarsi, e s’abbiano anche da regolare le relazioni fra il governo dell’Isole ed il comandante militare inglese, non è men vero che sì fatte convenzioni e regolamenti saranno fatti sotto la preponderanza immediata dell’Alto Commissario.

16. Adunque il trattato, tale e quale è steso, lascia in dritto molte facoltà al protettore e pochissime a’ protetti: lascia nell’interpretazione molto adito agli argomenti ed alle pretese de’ protettori: lascia in fatto ogni potere arbitrario al più forte. In caso di appello dalla parte dell’Isole, il tribunale competente si comporrebbe della Prussia, dell’Austria e della Russia; ma il processo trattandosi in via diplomatica, le Isole non hanno dritto né forza, e non ne vedrebbero mai la fine. Per ultimo, se l’Inghilterra rinunziasse o perdesse la protezione dell’Isole, esse, in vigor del trattato, non sarebbero arbitre di se stesse, bensì delle Potenze che hanno, col consenso di tutta l’Europa e con autorità di padroni, disposto della loro sorte.

MÉMOIRE SUR L’ÉDUCATION PUBLIQUE AUX ISLES IONIENNES

I. Les Isles Ioniennes doivent se procurer un capital d’instruction publique, qui étant fondée sur des bases solides puisse avoir des résultats sûrs et conséquemment plus utiles.

II. L’Angleterre doit désirer que le résultat de l’instruction publique dans les Isles puisse répondre plus directement à ses vues et à l’état politique du pays qu’elle protège.

Dans ce Mémoire l’on se propose de développer ces deux points, afin de prouver que l’instruction publique ne pourra jamais avoir la base ni les effets que l’on désire, que lorsque les jeunes gens des Isles auront commencé par recevoir leur éducation littéraire en Angleterre; et on indique les moyens.

I.

Le projet, quoique libéral, d’établir tout de suite une Université aux Isles, restera idéal pour longtems et peut–être pour toujours, et si on le mettra en exécution, il donnera des résultats peu heureux, car, sans dire des autres difficultés, il y en a une qui pour être surmontée, exige des préparatifs de longue main: c’est le choix des professeurs. Les hommes de lettres des autres pays et qui ont une réputation établie chez eux, n’iront pas s’expatrier si loin, et d’autant moins qu’on ne pourra pas leur offrir un prix équivalent au sacrifice qu’ils feraient; et il est presque sûr que l’étranger qui accepterait d’aller aux Isles aura un mérite inférieur au salaire quoique modique que l’on pourrait lui donner. D’ailleurs les professeurs étrangers porteront dans l’Université toutes les passions, hormis celles de la Patrie et de la Concorde. Ils inspireront les préjugés et les rivalités de leurs nations différentes, qui seront aisément funestes dans un pays déjà trop plein de haines municipales, de partis fomentés par les agents étrangers, et de rancunes domestiques. Enfin ils auront la clef de l’esprit de la jeunesse pour y faire entrer les intrigues politiques, dont les Isles ont été et sont peut–être encore le foyer.

L’idée de prendre des professeurs parmi les grecs sujets à la Turquie qui ont étudié dans les Universités européennes n’est pas moins dangereuse. Sans disputer sur leur habilité littéraire, il est sûr que cela provoquerait contre les Isles les soupçons et les avanies des Turcs, et en même tems les maîtres réveilleront l’enthousiasme de la liberté de la Grèce dans l’âme de la jeunesse; idées nobles sans doute, mais malheureuses lorsque elles sont dépourvues de forces à l’exécution. Ils séduiront la jeunesse dans l’espérance perpétuelle des Grecs d’attendre des puissances étrangères une promotion individuelle et la rédemption de la Grèce. En voulant composer l’Université de professeurs du pays l’on trouverait quelque individu capable mais il n’y en a pas assez. D’ailleurs qui a déjà de la fortune héréditaire et de la considération acquise par des autres ocoupations ne se soucierait pas à l’augmenter par un nouveau métier et dont le succès est incertain. Et il est bon d’observer que la masse d’instruction qui maintenant peut se trouver aux Isles, a été apportée par ceux qui ayant été envoyés pour leur éducation en Italie, se sont infectés des vices qui résultent des divisions et des longs malheurs politiques des Italiens.

Les Isles se procureraient des professeurs et des citoyens à la fois, si leurs jeunes gens venaient à étudier en Angleterre, d’où ils s’en retourneraient après avoir pris leurs degrés. En traversant l’Europe ils compléteraient leurs observations, mais fournis de principes justes et de moeurs, et par conséquent hors de danger que leur âge soit corrompu par la dépravation ou égaré par les opinions des autres peuples. Il connaîtraient la langue, les usages, les lois de la nation de qui dépend le sort de leur Patrie, et ils feraient des relations sociales; le long séjour, les liaisons formées dans la jeunesse et la connaissance des lumières acquises, les affectionneraient aux Anglais, les instruiraient de la Constitution britannique etc., de manière qu’ils perdraient et feraient perdre à leurs concitoyens l’esprit des factions politiques. En instruisant en qualité de professeurs leurs parents et leurs amis, ils réformeraient peu à peu non seulement les études, mais les opinions et les passions. A l’avantage de n’avoir point de professeurs uniquement mercenaires on réunirait celui de l’économie, car les professeurs qui ont une maison paternelle exigent plus de considération et moins de salaire que les étrangers.

II.

La Nation Britannique a pris sous sa protection un pays qui, par les traités avec les Puissances, devrait se gouverner libreinent, et qui par la nature des choses doit obéir en sujet. Elle s’est engagée dans la situation difficile de combiner la justice exigée par les droits de ces peuples avec la force exigée par leur position géographique, leur faiblesse naturelle et leur discorde habituelle. Par conséquent elle doit faire que ces peuples, qui maintenant lui obéissent par nécessité, deviennent des amis par des habitudes et des sentiments. Mais elle ne peut rien espérer des hommes vieillis sous le Gouvernement vénitien, duquel avec plus d’intrigue et très peu d’argent ils pouvaient aisément obtenir l’impunité des meurtres qu’ils commandaient à leurs sicaires. Elle ne peut pas espérer davantage des hommes de moyen âge, car d’une manière ou d’autre ils sont tous des élèves de révolutions et partisans des différentes Puissances, qui tour à tour ont occupé leur patrie. Mais l’Angleterre par le seul moyen de l’éducation scientifique et littéraire pourra tout obtenir de la jeunesse.

Les lettres et les sciences en elles mêmes sont peut–être peu de chose, mais les passions sont tout, et les passions n’agissent que selon les idées que tout homme reçoit de l’éducation. Or, puisque l’éducation littéraire est le partage des gens aisés, il faut leur administrer la littérature, de manière qu’elle développe et fasse agir leurs passions à l’avantage du public. L’Angleterre ne pourra jamais compter sur les passions et les opinions de la majorité dans les Isles, qu’à mesure que les fils des riches auront puisé leurs principes, leurs habitudes et même une partie de leurs affections parmi les Anglais. La Nation, après tout, consiste surtout dans le petit nombre des propriétaires, car ce sont eux qui possèdent la plus grande partie du sol, et la population n’étant alimentée que par eux, finit par agir à leur gré. L’on peut aux Isles Ioniennes, comme partout ailleurs, forcer les riches et les pauvres à l’obéissance; mais toute force se détruit d’elle même, tandis que les moyens de la sagesse étant plus utiles aux peuples pour qui on les emploie, et ne blessant pas ouvertement leur liberté, sont constamment utiles à celui qui s’en sert.

MOYENS

Il n’est guère à présumer que plusieurs familles riches envoient spontanément leurs enfants dans une contrée si éloignée et dispendieuse. La jeunesse, avec l’imagination pleine des plaisirs de l’Italie, et dans la certitude d’obtenir avec peu de peine et de frais le titre de docteur, préfère Bologne et Padoue à Oxford et Cambridge, où ils craindraient la nécessité de la frugalité, la sévérité du climat et des professeurs, et des moeurs. D’ailleurs, les parents seraient justement épouvantés de lancer leurs fils dans un nouveau monde, dont ils ignorent les usages et la langue, et où ils n’auraient aucun individu chargé d’en surveiller la conduite, d’en diriger les études et en prévenir les dangers. Enfin ils ont l’espérance d’avoir des écoles publiques dans les Isles. Ils ont déjà l’illusion que quelques semaines soient suffisantes à établir une bonne Université, ne sachant pas que le mal opéré en peu d’années par une mauvaise instruction ne peut pas être réparé qu’après une génération.

On préviendra ces difficultés en envoyant étudier en Angleterre aux dépenses publiques de leur patrie respective dix jeunes hommes, c’est–à–dire un de chaque petite isle, et deux de chaque grande. Ceux qui auront fait plus de progrès, auront le droit d’être nommés professeurs aux Isles. Mais ce droit devra leur être conféré et certifié explicitement par l’Université Anglaise où ils recevront leurs degrés: de cette manière la source primitive des sciences et de l’éducation nationale aux Isles dériverait de l’Angleterre. Il faudrait placer ces jeunes gens sous les yeux d’un représentant des Sept Isles à Londres, leur concitoyen, de qui ils recevront des directions pour leurs études. Ils auront en lui un centre de réunion et un moyen de communication avec leurs familles. Ils trouveront en lui un appui dans les dangers et les malheurs de la vie, et un introducteur à connaître le pays et la société; en même tems qu’ils sauront que leur conduite morale serait surveillée et que le représentant en rendrait compte à leur patrie.

Le résultat de ce premier essai engagera les riches à faire par ambition et par rivalité ce qu’ils auraient dû faire par raisonnement. Au lieu de se laisser épouvanter par la nouveauté de la chose, ils seront encouragés par l’exemple et s’habitueront à envoyer leurs fils. Mais il faut qu’ils aient d’abord la certitude qu’il y a une personne chargée d’en prendre un soin paternel.

Il importe aussi d’observer que les citoyens des Isles qui arrivent en Angleterre, n’ont encore aucune espèce d’appui, et qu’en cas de besoin ils ne sauraient à qui recourir pour leur être garant à obtenir des passeports, ou pour répondre devant les tribunaux. Il y a déjà quelque individu dans ce cas, et il y en aura toujours plus, car les affaires commerciales entre deux nations liées étroitement doivent augmenter et se compliquer journellement. Et puisque il est indispensable d’envoyer auprès du Gouvernement Britannique un agent accrédité, celui–ci surveillerait et dirigerait les études des jeunes gens sept–insulaires sans surcroît de dépense pour l’Etat. De cette manière, après dix ou douze ans, il y aura un nombre suffisant de sept–insulaires à former une Université nationale.

Celui qui a dirigé ce Mémoire a des raisons pour croire que quelques citoyens notables des Isles seraient disposés à embrasser ce projet.

COME OTTENERE MODIFICHE ALLA COSTITUZIONE DELLE ISOLE IONIE

Iniquità della Costituzione Ionia.

1. L’attenta lettura della Costituzione data dal generale Maitland all’Isole Ionie dimostra evidentemente ch’essa Costituzione è contraria a tutti i principj di libertà civile e di giustizia distributiva, ed alla lettera ed allo spirito del trattato 1815.

Se si possa farla rivocare.

2. Sì fatta Costituzione essendo stata apparentemente approvata da tutti i Deputati delle sette Isole, e sancita dal Re d’Inghilterra, ammette difficilmente riclami dalla parte de’ cittadini delle sette Isole; e fors’anche difficilmente dalla parte delle Potenze che stanno mallevadrici del trattato.

In qual modo gli Isolani dovrebbero procedere a farla ritocare.

3. E però se dimostrando le pessime massime politiche sulle quali essa Costituzione è fondata, si dimostrassero insieme, per mezzo della storia de’ fatti, gli effetti tristi che se ne videro e se ne veggono in pratica, e i peggiori che se ne vedranno, si gitterebbe una valida base ai riclami sì degli Isolani, e sì di una o più Potenze mallevadrici.

4. Ma per istabilire agli Isolani ragioni valide e urgenti a riclamare, e far rivocare almeno in parte l’autorità assoluta, arbitraria e mostruosa, e la congiunzione inaudita di poteri assunti dal Lord Alto Commissario, di generale, di principe, di elettore e cassatore delle magistrature tutte quante, e di giudice e punitore di tutti i giudici senz’appello, e senza previe leggi esistenti, bensì con sentenze assolute e pene arbitrarie ecc., – bisognerebbe poter provare innegabilmente: «che sì fatta Costituzione non fu né discussa, né approvata dalla Nazione, bensì astutamente fatta soscrivere da pochi uomini corrotti, e violentemente fatta accettare con tacito consenso dagli altri».

5. In una delle lettere scritte l’anno addietro dagli Isolani a Londra, taluno asserisce – «Che Maitland avendo scritta egli la Costituzione, o fors’anche portatala dall’Inghilterra, chiamò a sé undici individui vendutisi a lui, e li nominò Consiglio Primario; e finse di maturare con essi le basi costituzionali: di poi offrì a’ Comizi settinsulari una doppia lista di ventinove nomi vili ed abbietti, e in tal guisa volle far apparire che i Comizi abbiano eletto i loro legislatori; questi ventinove uniti agli altri undici formarono l’Assemblea legislativa, la quale fu raccolta a’ 23 d’aprile stil nuovo, e disciolta a’ 23 d’aprile stil vecchio; cosicché in soli undici giorni discusse, esaminò e sottoscrisse la Costituzione».

6. Ove questi fatti fossero particolarmente narrati, attestati con soscrizioni di molti notabili, e convalidati con giuramento, darebbero certamente diritto ai riclami.

Inutilità e danno de’ ricorsi al Re per mezzo de’ Ministri.

7. Ma i riclami al Re sarebbero inutili, perché non si potrebbero presentare se non se per via de’ Ministri, che o non risponderebbero, o li rimanderebbero al Lord Commissario che riferisca; o ad ogni modo indugierebbero tanto che Maitland nell’isole corrompesse o atterrisse molti cittadini, e qui il Ministero aggirasse con brighe e promesse molti parlamentari.

Necessità di ricorrere al Re per mezzo del Parlamento; e se si può.

8. I riclami dunque denno essere presentati direttamente al Parlamento: ma trattasi: 1° se le Isole Ionie hanno il diritto di petizione al Parlamento, che la Costituzione britannica assegna a tutti i sudditi inglesi; 2° se il Parlamento ha diritto d’ingerirsi nelle faccende dell’estero, che sono tutte di spettanza e prerogativa esclusiva del Re; 3° se anche avanzata e ammessa la petizione, il Parlamento possa chiedere che si rivochi una Carta costituzionale già sancita dal Re.

Parere d’un giureconsulto inglese se si può ricorrere al Parlamento.

9. Il sig. Hallam, uomo di grande fama per l’esposizione da lui fatta storicamente dell’origine e de’ progressi della costituzione inglese, interrogato in via di conversazione intorno a’ primi due punti, rispose negativamente, aggiungendo per altro, e sono le sue precise parole = «Avendo io letto la Costituzione delle Isole Ionie, ho trovato che il Lord Alto Commissario ha poteri molto più illimitati che non i governatori delle Indie; e quando questa mostruosità fosse evidentemente dimostrata alla Nazione inglese, l’enormità stessa giustificherebbe la straordinaria petizione delle Isole, e la inusitata intromissione del Parlamento. Ma tutto dipende dalla debolezza o dalla forza in che si troverà il Ministero al tempo della nuova sessione: perché le commozioni politiche presenti della Nazione, e le forti misure arbitrarie de’ Ministri, serviranno o a indebolirli, e allora ogni petizione sarà accolta avidamente e promossa felicemente dalla Opposizione – o serviranno a rinforzarli sotto pretesto di comprimere i tumulti, e allora qualunque petizione, riuscirà vana, e l’Opposizione dubitando di nuove sconfitte schiverà d’assalire il Governo».

Modo di stendere il ricorso al Re per mezzo del Parlamento.

10. Quanto al terzo punto, «se il Parlamento possa chiedere la rivocazione di una carta costituzionale sancita dal Re» — l’articolo della stessa Costituzione citato al paragr. 3 risponde affermativamente, e la petizione dovrebbe motivarsi: – «Che le Isole, disperando di ottenere il ravvedimento de’ Ministri i quali hanno mal consigliato il Re, che non può far mai male, si diriggono al Parlamento come l’unico mezzo a conoscere il vero e presentarlo al Re contro i Ministri, i quali hanno carpito la sanzione di una carta costituzionale contraria a tutti i principj e a tutte le pratiche di politica e di giustizia, e per conseguenza dannosa all’interesse, e infame all’onore della Nazione e del Re d’Inghilterra».

11. La petizione dovrebbe essere accompagnata d’un esame della costituzione – d’una esposizione della sua origine, e delle sue illegalità ne’ modi e nelle persone che l’hanno formata – e d’una storia giurata degli arbitrj e degli inconvenienti che ne son derivati.

12. L’esame si può far qui, e in pochi giorni, e consegnarlo perché sia firmato e rimandato; – ma l’esposizione, e la storia giurata dei fatti non possono essere estese se non nelle Isole.

Necessità d’un agente dell’Isole a presentare i ricorsi; e dubbi se l’agente sarebbe riconosciuto.

13. Ridotta che fosse la faccenda a questi termini, si dovrà provvedere che uno o più agenti de’ cittadini delle Isole siano riconosciuti in Londra; perché senza un agente che stia mallevadore e giuri su l’autenticità delle soscrizioni degli individui riclamanti, i Ministri farebbero arenar la questione, allegando che le firme possono essere foggiate a capriccio.

TRE MEZZI a far riconosere in Inghilterra l’agente delle Isole. —

PRIMO MEZZO: per via degli Isolani direttamente e liberamente.

14. Parecchi mezzi vi saranno forse a far riconoscere qui l’agente o gli agenti de’ cittadini delle Isole; ma chi propone questi dubbî, non trova che tre soli mezzi. L’uno, che i cittadini riclamanti, stesa che avranno la storia de’ fatti, e sottoscrittala con giuramento, la mandino secretamente a Londra deputando un agente, o più d’uno; e intanto ne serbino copia, e con eguali sottoscrizioni la comunichino al Lord Alto Commissario, liberamente dichiarandogli «ch’essi si sono assolutamente deliberati di deputare e mandare agenti a Londra a esporre al Re le loro ragioni per mezzo del Parlamento».

15. Certo è che il Gen. Maitland vi si opporrà, allegando un articolo della sua Costituzione ionia, nel quale si prescrive «che non si possano mandare riclami in Londra se non se direttamente a’ Segretari di Stato del Re, e pel solo canale del Lord Alto Commissario».

16. A ciò gli Isolani daranno convincente risposta allegando: «che poiché esso Alto Commissario ha, senza ch’ei ne sia investito dalla stessa Costituzione, delegato un agente inglese e suo segretario e creatura in nome delle Isole, esse Isole intendono di riclamare contro questo, e contro tutti gli altri abusi ed arbitrj, e segnatamente contro la stessa Costituzione».

17. S’essi resisteranno alle prime minacce, se non si atterriranno per qualche persona che verrà forse carcerata, ma sopra tutto se saranno in sì gran numero che il Maitland tema d’attaccarli direttamente, la sua negativa darà grande diritto a presentare la petizione in Londra, e a mostrare a viso aperto l’agente o gli agenti degli Isolani, affinché stiano mallevadori delle firme de’ riclamanti.

18. Che se gli Isolani si comporteranno con coraggio e con dignità, la loro causa acquisterà maggiore forza in Inghilterra, e sarà patrocinata dall’opinione di tutta l’Europa.

19. Un articolo della Costituzione ionia assegna agli Isolani «il diritto di mandare petizioni non solo al Re d’Inghilterra, ma anche alle Potenze estere: sempre pel solo canale dell’Alto Commissario». Però gli Isolani dovranno presentargli altrettante copie della loro memoria, quante sono le Alte Potenze contraenti del trattato di Parigi, pregando esso Commissario che le inoltri alle Corti rispettive.

20. Ma nel tempo stesso mandino secretamente la stessa memoria a persone amiche e intelligenti a Vienna e in Prussia ed in Russia; e se il Lord Alto Commissario non le avrà spedite fra un tempo determinato, le memorie siano formalmente presentate alle Corti delle Potenze contraenti, in vigore della seconda clausola del trattato 1815.

SECONDO MEZZO di far riconoscere gli agenti delle Isole: per via delle Potenze contraenti.

21. Quindi naturalmente deriva il secondo de’ due mezzi indicati al paragrafo 14° di questo scritto, sul modo di far riconoscere gli agenti degli Isolani in Londra; — e quindi si svolge la proposizione accennata al paragrafo 2°, della parte che una o più delle Potenze mallevadrici del trattato potrebbero avere a far accettare i riclami dal Governo Inglese, e rivocare una Costituzione contraria al trattato 1815.

Ragioni della interposizione delle Potenze contraenti.

22. E notisi che per espressa dichiarazione, benché con lunghe, e tortuosissime, e astute, ma deboli in sè, ed evidentemente fallaci eccezioni, il Gen. Maitland in nome del suo Governo ha stampato «che la Costituzione è tutta basata sul trattato 1815, secondo le vere e recise mire delle Potenze contraenti; per uniformarsi alle intenzioni delle grandi e magnanime Potenze Alleate, che stabilirono il trattato, e per eseguirne le clausole sotto il più chiaro ed equo senso».

23. Certo è dunque che per queste parole pubblicate ne’ proclami di Maitland, e ripetute ne’ suoi discorsi al Consiglio Primario e all’Assemblea Legislativa, e stampate solennemente in fronte alla Costituzione – le Alte Potenze contraenti pajono non solo conniventi, ma stromenti e complici dell’iniquità d’essa Costituzione, e dell’oppressione che inevitabilmente ne derivò, ne deriva, e ne deriverà.

24. E però esse Potenze hanno diritto e dovere di protestare contro sì fatta dichiarazione, e contro la legalità della nuova Costituzione.

Le Potenze contraenti non agirebbero o non aderirebbero, se la richiesta all’Inghilterra di riconoscere l’agente delle Isole non fosse promossa dalla Russia.

25. Ma per agire con le forme diplomatiche, ed ottenere fortemente l’intento per mezzo della soavità del modo, sarebbe per avventura espediente che la Russia, ove ciò non contrastasse colle sue mire politiche, innoltrasse al Governo Inglese una nota nella quale motivando la memoria di ricorso ricevuta dagli Isolani come Alta Potenza contraente e malevadrice, richiedesse il Re della Gran Brettagna a far riconoscere se la Costituzione e il Governo a pratico attuale nelle Isole fosse coerente allo spirito e alla lettera del trattato 1815.

26. Le copie di essa memoria di ricorso essendo al tutto simili [a quelle] presentate a tutte le Corti d’Europa, e al Ministero Inglese, e al Lord Alto Commissario ed al Parlamento, i diplomatici inglesi non potrebbero più allegare per evasione la ignoranza de’ fatti, né travisarli o palliarli.

27. Ma la base principale della nota della Russia dovrebbe consistere nel motivo «che avendo il Maitland deputato per agente delle Isole in Londra un suddito britannico, e ciò essendo contro ogni ragione e principio di politica e di diritto delle genti, la Russia esige che l’agente sia nativo delle Isole ed eletto senza l’intervenzione del Lord Alto Commissario, contro del quale si hanno necessariamente e ora e per l’avvenire da produrre i riclami del paese protetto — stando quindi nella dignità, nella giustizia e nella saviezza del Re d’Inghilterra il diritto ed i mezzi di conoscere il vero, e pronunziare giudizio su la validità de’ riclami e su la lite tra il Commissario e gl’Isolani».

28. Se sì fatta nota fosse contemporaneamente partecipata alle Corti delle altre Potenze contraenti, e con tale desterità da ottenere la loro adesione, dimostrando «che la Costituzione e gli arbitrj e le oppressioni furono esplicitamente fatte in nome delle altre Potenze contraenti», il Ministero Inglese sarebbe costretto a riconoscere l’agente delle Isole, da che esse Potenze hanno «formalmente dichiarato, nella clausola seconda, di stare mallevadrici del trattato», che nondimeno la Costituzione di Maitland e il suo governo pratico hanno sì manifestamente violato, e sempre in nome d’esse Potenze.

29. A questo modo l’agente o gli agenti degli Isolani sarebbero riconosciuti in Londra, e il Governo Inglese trovandosi stretto ad un tempo fra le Potenze contraenti e il Parlamento, s’indurrebbe facilmente ad eque modificazioni della Costituzione ionia, ed a più giuste vie di governare le Isole.

TERZO MEZZO di far riconoscere in Londra l’agente delle Isole: per mezzo di rimostranze della sola Russia, senza l’intervento delle altre Potenze.

30. Pur se si prevedessero ostacoli che impedirebbero o indugierebbero l’intervenzione della Russia per le vie diplomatiche con le altre Potenze – se gl’isolani notabili non s’attentassero o non s’accordassero a dichiarare al Lord Alto Commissario di volere assolutamente ch’egli spedisca i loro riclami alle Potenze Alleate e al Re d’Inghilterra, e ch’essi intanto deputeranno un agente al Parlamento come il solo canale a far giungere il vero a Sua Maestà, – resta ancora un terzo mezzo che forse sarebbe più efficace, appunto perché sarebbe il più cauto.

31. Il mezzo è: che sua Maestà l’Imperatore di tutte le Russie, come formalmente uno de’ mallevadori del trattato 1815, faccia motu proprio esporre le contradizioni della nuova Costituzione ionia con esso trattato al Governo Inglese per mezzo del suo ambasciadore a Londra, insistendo che un agente nativo dell’Isole sia residente presso S. M. il Re della Gran Brettagna, a fine di appurare il vero de’ fatti venuti all’orecchio di S. M. Imperiale in Russia. Questa nota basterebbe che fosse communicata alle altre Potenze pro forma, e dopo che le trattative fossero già intavolate col Gabinetto Inglese.

32. E affine di informare l’ambasciadore russo in Londra di materie che gli devono essere poco note, Sua Maestà Imperiale deputerebbe un consigliere di legazione instruito dello stato delle Isole, e della loro storia passata e presente, e di tutti i fatti relativi alla formazione della nuova Costituzione, e agli arbitrj del Gen. Maitland nelle isole; il qual consigliere si occuperebbe esclusivamente di questo lavoro, e si concerterebbe con l’ambasciadore intorno alle risposte da darsi alle note del Ministero Inglese.

Utili effetti di queste trattative della sola Russia.

33. Sì fatte trattative condotte con calma, e con dignità ed insistenza diplomatica, produrrebbero naturalmente una serie di argomenti controversi, e vittoriosi sempre per la Russia e per le Isole, ed una corrispondenza, la quale il Ministero Inglese temerebbe che uscisse un dì o l’altro dal secreto.

34. Le trattative facendosi per rimostranze e repliche, ne risulterebbe che l’esposizione dell’ingiustizia e assurdità della Costituzione, e la storia de’ fatti, invece d’essere presentate dall’Isole al Parlamento, e rifiutate cogli usati sofismi dal Ministero, produrrebbero davanti al Gabinetto Inglese una storia ragionata e irrefragabile del governo di Maitland, e convincerebbero della necessità di moderare la Costituzione, e cessare l’oppressione e gli arbitrj.

Le trattative della sola Russia se non riuscissero, preparerebbero armi invincibili all’Opposizione contro al Ministero.

35. Il Ministero teme più gli attacchi imminenti che gli attacchi attuali nel Parlamento: e le trattative per le Isole facendosi in Londra, otterrebbero esito più pronto e più facile, affine che la questione non divenisse pubblica con la sua troppa lunghezza, e non fosse in alcuni momenti di debolezza del Ministero afferrata dall’opposizione per convincerlo d’ignoranza, di mala fede e di imprudenza colpevole nel provocare i giusti risentimenti della Russia.

36. Onde questo espediente avrebbe il grande vantaggio che se il Ministero non s’arrendesse alla Russia, la questione non s’aprirebbe in Parlamento in un giorno determinato dai Ministri, bensì nel punto che l’Opposizione avesse grande probabilità d’essere vittoriosa – al quale attacco si darebbero le armi all’Opposizione nel momento opportuno: mentre se gli agenti venissero qui per parte degli Isolani, bisognerebbe pigliare il tempo della questione come sarebbe assegnato dal Ministero.

37. Aggiungerebbesi che il Ministero non potrebbe più negare l’autenticità delle firme degli Isolani che attesterebbero fatti, quando l’Opposizione potesse allegare che le firme sono inserite nelle note della Russia, e richiedesse la presentazione di esse note alla Camera.

38. Non sì tosto i nomi de’ testimoni fossero presentati alla Camera, il Ministero non potrebbe più perseguitarli. – E se, come pare più probabile, il Ministero si arrendesse alle trattative della Russia e riconoscesse alfine l’agente senza intervento del Parlamento, il Governo e Maitland avrebbero nel frattempo delle trattative riguardo di punire o atterrire gl’individui nominati nelle note della Russia.

39. Nè questo terrore varrebbe, se gl’individui che firmassero i fatti fossero assicurati che un’alta Potenza favorisce la loro causa; e le soscrizioni si moltiplicherebbero.

Vantaggi della Russia, qualunque fosse per essere l’esito delle sue trattative.

40. Qualunque fosse l’esito di queste trattative, risulterebbe pur sempre in nuova testimonianza della lealtà e generosità di Sua Maestà l’Imperatore Alessandro, e smentirebbe le congetture politiche che in Francia, e segnatamente qui, si danno per certezza.

41. Da che è pur invalsa l’opinione che la Russia sia connivente dell’oppressione inglese, e se ne compiaccia per iscreditare in Grecia gli Inglesi, in caso di guerre future.

42. Ma quand’anche sì fatta mira non fosse supposta, essa è già ottenuta; e se le Isole respirassero di sì gran giogo per l’intervenzione della Russia, la Russia acquisterebbe sempre più credito in Grecia e in Europa; né gli Inglesi si giustificheranno mai in Grecia dopo la cessione di Parga.

Ultimo e poco efficace partito che rimarrebbe, se tutti gli altri fin qui proposti fossero impraticabili.

43. Che se nessuno degli indicati partiti potesse effettuarsi, non rimarrebbe se non se di stampare una storia ragionata del Governo Inglese nelle Isole, e un esame della nuova Costituzione. Pur se non s’otterranno fatti da esporre con certezza di coscienza, e da mantenere contro le opposizioni altrui la parte storica, converrà limitarsi all’esame della Costituzione, il che non produrrà rimedio veruno nelle Isole; perché oggimai il mondo è avverso e sordo a politiche querele, e a ragionamenti; e gli argomenti senza forza che gli appoggi, cadranno da sé. Il Parlamento ne userà, ma non produrrà che rumore: – bensì gli Isolani avranno almeno il conforto di non essere tenuti per servi ciechi e codardi.

APPENDICE

MÉMOIRE

RELATIF AUX AFFAIRES DES ISLES IONIENNES

Le traité du 5 Novembre 1815 signé à Paris entre les Puissances Alliées statue encore une fois sur le sort des Isles Ioniennes.

Cet acte donne en effet une nouvelle sanction à l’existence politique que les habitans de ces contrées obtinrent l’année 1800, moyennant le traité stipulé alors entre l’Empereur de Russie et la Porte Ottomane, sous la garantie de la Grande Bretagne.

En comparant ces deux traités il est facile de se convaincre qu’à l’exception des clauses inhérentes aux circonstances et aux intérêts majeurs des tems dans lesquels ces stipulations furent faites, les Isles Ioniennes sont déclarées et reconnues, de l’assentiment unanime de toutes les Puissances européennes, comme un État libre et indépendant.

Le traité de l’année 1800 place cette nouvelle création politique sous la suzeraineté de la Porte Ottomane. Celui de l’année 1815 en confie le maintien et la prospérité à la protectión exclusive de la Grande-Bretagne.

La Porte s’est plue de donner alors à la suzeraineté une définition arbitraire, en forçant le sens et la lettre du traité par des diplômes. Les diplômes une fois portés à la connaissance des Sept–insulaires, la guerre civile entr’eux en fut une suite immédiate.

La Russie alors fut appelée à intervenir dans les querelles des Isles par la voix unanime de leurs habitans et du consentement unanime de toute l’Europe. Et c’est à la seule intervention de cette puissance que les Isles Ioniennes doivent leur élévation effective à la dignité d’un État protégé, mais libre et indépendant dans ses mouvements intérieurs, et conséquemment heureux et prospère.

La paix de Tilsit cependant porta atteinte à l’heureuse existence dont les Isles jouissaient. Les troupes Françaises les occupèrent. Peu de tems après elles en furent délogées par les forces Britanniques: Corfou leur résista jusqu’à la paix de Paris de l’année 1814. Alors une convention provisoire y plaça garnison Britannique, et les habitans de cette isle, commes ceux des autres, espérèrent du Congrès de Vienne, avec sécurité mais non sans impatience, la confirmation de leur existence politique. Elle n’était jamais douteuse à leurs yeux. La Porte et la Russie avaient honoré durant sept années d’un accueil bienveillant les agents diplomatiques de la petite République Septinsulaire. La Grande Bretagne lui avait de même permis d’envoyer un à sa cour. Toutes les autres Puissances, en reconnaissant le pavillon de cet État, accréditèrent auprès du Sénat Ionien leurs agens diplomatiques et leurs consuls. Finalement, lorsque les armes glorieuses de la Grande–Bretagne éloignèrent de Zante et des Isles avoisinantes les troupes Françaises, M.r le Général Oswald déclara, au nom de S. M. Britannique, qu’Elle daignait, par ses secours puissants, offrir aux habitans des Isles le moyen de reconquérir l’existence politique que les Français, sous le sceptre de Napoléon, venaient de leur enlever.

L’attente des Isles Ioniennes fut complètement justifiée. Le traité du 5 Novembre fut signé. Un Commissaire de la part de la Puissance protectrice fut chargé de son exécution. Le Commissaire déploya le plan de ces opérations. Nous n’oserons pas rendre compte en détail de ces opérations, moins encore en examiner les principes. Qu’il nous soit permis seulement de faire parler quelques faits constatés aux yeux du monde, par des actes publics, et de signaler les conséquences désastreuses qui en résultent pour le peuple protégé.

Cet aperçu ne laissera point de doute sur la nature des voeux que forment, sans distinction de classe et d’ âge, tous les habitans des États Unis–Ioniens.

C’est de la justice seule de la Puissance protectrice que les Ioniens réclament et attendent avec une confiance sans bornes la jouissance du sort que leur assure le traité du 5 Novembre 1815.

Cet acte était connu des Septinsulaires lors de l’arrivée du Commissaire de la Puissance protectrice. Leurs magistrats en avaient apprécié le sens. Ils étaient prêts à contribuer avec zèle et honneur à son exécution. Nous disons les magistrats des Isles, parce que le Commissaire de la Puissance protectrice trouva dans la plénitude de ses fonctions le Sénat Septinsulaire, ou pouvoir exécutif de la République, composé des représentants des Sept Isles.

Ce Corps fut dissous, et les Sénateurs qui se sont permis d’adresser des observations contre cet acte qui compromettait à la fois et les droits et la dignité du peuple Ionien, furent renvoyés de leurs places et déclarés par une proclamation solennelle être des citoyens ineptes et corrompus.

Une mesure aussi extraordinaire qu’inattendue frappa d’abord de stupeur les esprits. Elle les paralysa plus tard en se présentant comme une mesure revêtue de la sanction de S. A. R. le Prince Régent en Conseil. Le peuple Ionien, placé dès lors sous le gouvernement absolu des militaires Anglais préposés à l’administration de chaque isle et à chaque branche de leur administration, n’eut plus d’organes légitimes auprès de la Puissance protectrice. Et conséquemment il n’eut plus de droits, faute de moyen légal de les exercer. — Il tomba aussi dans un anéantissement moral qui ne trouve point d’exemple dans son histoire. Les citoyens les plus zélés et les plus intègres furent écartés des affaires, et ceux dont on a prétendu composer un Conseil Suprême Organisateur, un Corps Législatif Constituant, et successivement des pouvoirs constitutionnels, se trouvent ainsi complètement asservis et opprimés, que nulle puissance ne saurait les soustraire à la pénible alternative ou de succomber sous le poids de l’administration publique, ou de secouer le joug qu’ils se sont laissé imposer.

Le Conseil Suprême fut destiné à écouter d’abord avec résignation le discours qui porte l’analyse, du moins arbitraire, du traité du 5 Novembre, et à y souscrire.

Le Corps Législatif Constituant fut de même obligé de sanctionner la Charte constitutionnelle qui aurait consommé l’oeuvre de l’asservissement des Isles, si la Grande–Bretagne pouvait jamais permettre l’asservissement d’un peuple qu’elle protège et auquel elle a promis par un traité solennel la liberté et l’indépendance.

On n’a qu’à parcourir avec une légère attention le discours du Commissaire de la Puissance protectrice du [3 Février 1817], et la Charte constitutionnelle du [2 Mai] pour se convaincre de l’illégalité de ces pièces. Elles forcent le sens et la lettre du traité du 5 Novembre. Elles fondent un Gouvernement qui est absurde en doctrine, et qui est dans le fait destructeur par ses conséquences.

La liberté et l’indépendance du peuple Ionien sont conditionnelles; mais ces conditions sont articulées par le traité d’une manière explicite. Il modifie l’indépendance politique, en ce que les États–Unis Ioniens n’ont de rapports extérieurs qu’avec la seule Puissance protectrice, et que ce sont ses troupes qui gardent leurs intérêts en acceptant la solde que peut leur donner le Gouvernement protégé.

Le même traité modifie la liberté civile, en ce que les lois fondamentales de ces États, savoir leur Charte constitutionnelle, doivent être approuvées par la Puissance protectrice, et qu’à cet effet un représentant de sa part est appelé à régler les formes d’après lesquelles ces lois fondamentales doivent être,établies. Or le Commissaire de la Puissance protectrice, au lieu de régler ces formes, et de vouer une attention particulière à la marche de la législation et du gouvernement des Isles, commença d’abord par exercer de fait le droit de nommer les membres du Conseil Suprême, ceux du Corps Législatif Constituant, et les agents publics de toutes les branches de l’administration. Cette opération faite, il se fit conférer, par la réunion de souscripteurs qu’il nomma Corps Législatif, les droits et le pouvoir de gouverner absolument les États-Unis Ioniens, sans en être responsable ni à la Puissánce protectrice, ni au peuple protégé. Ces droits et ce pouvoir en effet lui sont conférés par la Charte, et cette Charte est souscrite par des hommes qu’il a choisis, et auxquels il n’a jamais permis ni d’approfondir les dispositions de cet acte, ni de les discuter.

La législation, et le Gouvernement qui en résulte, n’a exercé, et ne peut exercer aucun pouvoir. Tous les actes de l’une et de l’autre, sans aucune exception, sont soumis à l’approbation du Commissaire protecteur. Nulle addition ni modification ne peut être faite à la Charte, sans que l’initiative ne vienne de lui seul, Elle lui accorde le droit de conférer, de son propre mouvement et sans aucune condition, la naturalisation septinsulaire aux étrangers. Les Anglais qui sont employés au service des États-Unis Ioniens, ne peuvent être destitués que par le Commissaire de la Puissance protectrice. Lui seul délivre les patentes aux vaisseaux marchands des Isles, et les passeports.

Aucun des citoyens des Isles ne peut être consul de son propre Gouvernement dans l’étranger. Tous les employés actuels peuvent être indéfiniment reclus dans les mêmes places, ou en occuper d’autre. Au surplus les délégués du Commissaire de la Puissance protectrice président à l’administration locale de chaque isle, comme ses aides de champ se partagent le secrétariat du Corps Législatif et du Sénat; comme de même toutes les branches du service sanitaire, commercial, de police, de la poste sont exclusivement conférées à des étrangers qui jouissent de la faveur particulière du Commissaire de la Puissance protectrice.

Ce qui achèvera le tableau de cette singulière institution c’est que le Corps Législatif et le Gouvernement exécutif des États-Unis Ioniens n’ont point de toit libre et indépendant, moins encore de caisse publique. Ces soi-disant Corps constituant s’assemblent dans une salle du palais du Commissaire Britannique. Leur trésorerie est gérée par un anglais. Les finances de ces malheureuses contrées étant ainsi administrées, nulle des conditions du traité qui sont onéreuses pour les Isles ne se trouve remplie à l’égard de la Puissance protectrice. Et en attendant le pays paye dans le fait deux fois et demie plus qu’il ne payait autrefois.

L’exposé que nous venons de faire démontre d’une part que nulle clause du traité du 5 Novembre n’a été remplie. Il sera facile de se persuader maintenant que les institutions fondées sur ces principes sont absurdes, et qu’elles sont désastreuses pour le peuple protégé, et peu dignes de la grandeur at de la loyauté de la Nation et du Gouvernement Britannique.

Son Commissaire auprès des États-Unis Ioniens tient ses pouvoirs des soi–disant représentants de la Nation Septinsulaire, et non de la Cour Britannique. En exerçant donc ces pouvoirs, il n’est responsable ni à sa Cour, ni au Ministère Britannique, ni aux Parlements. Les Corps constitués des États-Unis ne répondent point de leur gestion à leurs commettants, attendu que nul de leurs actes ne peut avoir d’effet que par l’approbation du Commissaire de la Puissance protectrice. Le Commissaire n’est pas non plus responsable de ses délibérations aux Corps constitués des États-Unis, parce qu’ils ressortent directement de lui, parce que c’est lui seul qui les nomme, qui les paye et qui peut les destituer.

Cette monstrueuse administration n’existe que depuis deux ans, et les résultats en sont effrayans. La population des Sept Isles est sensiblement diminuée, et la misère qui afflige ce pays se laisse apercevoir de mille manières différentes. Les hommes à industrie, et ayant des capitaux, se sauvent; et où donc? En Russie et partout où le Gouvernement promet quelque protection ou encouragement. Les marins des Isles font leur métier sous pavillon étranger. D’autres cherchent une subsistance dans le voisinage, c’est–à–dire en Turquie. Si Ali, Visir de Iannina, inspirait moins de terreur, l’émigration à cette heure aurait laissé deserte la partie la plus peuplée et la plus florissante des cités et des faubourgs des Isles. La démoralisation des employés est au maximum. Ils reçoivent un traitement qui surpasse dans le fait leur fortune; ce qui veut dire en d’autres termes que ce traitement n’est point une indemnisation, mais un bénéfice. Or nous demandons si les spoliateurs ont jamais eu du crédit auprès de ceux qu’ils dépouillent. Telle est cependant la situation des magistrats ioniens envers leurs pays respectifs.

Des réactions sérieuses sont inévitables. Et ce ne sera plus que la force des armes qui pourra les comprimer. Le peuple ionien est docile, mais il est sensible. Une fois irrité, il perd toute sa docilité. On n’a qu’à consulter l’expérience du passé pour mesurer d’avance tous les excès dont il est capable.

La Puissance protectrice voudra-t-elle faire répandre le sang du peuple protégé? Qu’on y prenne garde. Ce n’est que par cette épreuve que les peuples deviennent indomptables. Or l’irritation de la Nation septinsulaire est au comble. Elle compare la situation actuelle avec celle où elle se trouvait sous la République vénitienne. Elle la compare avec l’ordre des choses qui existait avant la paix de Tilsit. Elle en juge enfin en considérant les droits dont elle jouissait sous le régime militaire et despotique de la France.

Il est pénible de le dire, mais c’est une vérité qu’on ne saurait se dissimuler: jamais les Isles ne furent aussi opprimées et humiliées qu’elles le sont sous la protection britannique.

Elles s’adressent donc pleines de la confiance la plus juste et la plus illimitée à la Puissance protectrice, et demandent:

I) Qu’Elle daigne ordonner une enquête formelle sur l’exposé que nous venons de faire et sur les pièces justificatives qui l’accompagnent. Dès qu’on aura approfondi les actes publics qui composent la Charte constitutionnelle et les lois qui en résultent, on en aura décidé selon les voeux des Isles.

II) Ayant reconnu une fois la vérité incontestable des faits énoncés ci-dessus, que la Puissance protectrice veuille ordonner qu’on mette à pleine et entière exécution le traité du 5 Novembre, en faisant apporter à la Charte les modifications convenables. Les plus essentielles, et les seules qui peuvent devenir salutaires consistent:

1) à définir avec précision et selon la lettre et le sens du traité la jurisdiction de la Puissance protectrice et celle du Gouvernement protégé, l’une ne pouvant outrépasser les bornes d’une surveillance bienveillante, l’autre ceux d’une liberté et d’une indépendance, suivant les conditions statuées dans les articles III, IV, V, VI du Traité;

2) à permettre qu’un agent public des États-Unis Ioniens soit accrédité auprès de la Cour protectrice.

  1. Il destino critico del suo libro su Parga è legato a pochi studi che, nella maggior parte dei casi, sono stati influenzati dalle idee di Benedetto Croce illustrate in Il libro inglese di Foscolo sulla cessione di Parga alla Turchia, saggio che resta fondamentale per lo studio degli scritti foscaliani su Parga, in «Quaderni della “Critica” diretti da B. Croce», marzo 1949, n. 13. Specificamente l’argomento delle vicende di Parga è stato recentemente trattato da Andrea Manganaro, Jusque datum sceleri. Foscolo e la memoria dei vinti, Euno Edizioni, Leonforte (EN) 2014.

  2. Si fornisce qui qualche recente riferimento biografico: A. MANGANARO, Foscolo tra Inghilterra e Ionio: la questione di Parga, in La letteratura degli Italiani. Centri e periferie, a cura di D. Cofano – S. Valerio, Foggia, Edizioni del Rosone “F. Marasca”, 2011, pp. 8 (cd-rom): A. COLOMBO, «Le genti che l’Anglia vendé». Diagnosi della crisi ionica tra Foscolo e Mustoxidi, in «Giornale storico della letteratura italiana», vol. CXCI, anno CXXXI, fasc. 633, 1° trim. 2014, Loescher Editore, Torino 2014, pp. 94-120.

  3. E. LUNZI, Della Repubblica Settinsulare libri due, Fava e Garignani, Bologna 1863.

  4. L’Epistolario occupa i volumi XIV-XXIII dell’Edizione Nazionale (da ora in poi indicata come EN) dedicata a Foscolo ed è così articolato: vol. I, Ottobre 1794-giugno 1804, a cura di P. CARLI, 1949; vol. II, Luglio 1804-dicembre 1808, a cura di P. CARLI, 1952; vol. III, 1809-1811, a cura di P. CARLI, 1953; vol. IV, Gennaio 1812-dicembre 1813, a cura di P. CARLI, 1954; vol. V, 1814- 1815 (primo trimestre), a cura di P. CARLI, 1956; vol. VI, 1 Aprile 1815-7 Settembre 1816, a cura di G. GAMBARIN e F. TROPEANO, 1966; vol. VII, 7 settembre 1816-1818, a cura di M. SCOTTI, 1970; vol. VIII, 1819-1821, a cura di M. SCOTTI, 1974; vol. IX, 1822-1824, a cura di M. SCOTTI, 1994; vol. X, (in preparazione).

  5. Su questo argomento cfr.: F. SENSINI, Niccolò Ugo Foscolo in Grecia: prolegomena, Cahiers d’études italiennes, 20- 2015, 201-215; Riferimento elettronico URL: http://journals.openedition.org/cei/2507; DOI : 10.4000/cei.250, consultato il 20 aprile 2019.

  6. Cfr.: D. SOLOMOS, Elogio di Ugo Foscolo, a cura di C. Brighenti, Torino 1934.

  7. U. FOSCOLO, Lettera apologetica, in Edizione Nazionale delle Opere, cit., vol. 13, II, pp. 205-206.

  8. U. FOSCOLO, Scritti sulle Isole Ionie, cit. p. 11.

  9. Ivi, p.18.