Cosimo De Giorgi – IT

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Cosimo De Giorgi – IT

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Introduzione a cura di R. Nicolì

Il testo, qui integralmente riprodotto per la Biblioteca di POLYSEMI, è un opuscolo redatto dal noto studioso salentino Cosimo De Giorgi e dato alle stampe della tipografia milanese Wilmant, nel 1872.[1] Si tratta in origine di una lettera, datata 10 ottobre 1870, indirizzata dall’autore al suo collega pisano Guido Mugnaini il cui contenuto è strettamente relativo all’Area pugliese di progetto poiché riguarda una breve escursione in treno da Bari a Taranto. Nel secolo decimonono rappresentava di fatto una novità l’inclinazione per il percorso di itinerari locali e circoscritti, dopo la precedente stagione dei viaggi ampi e lunghi, distesi lungo tutta penisola come voleva il Grand Tour.

Si tratta per lo più di una relazione di carattere naturalistico, geologico e orografico del territorio, ma è impreziosita, in alcuni passaggi, dalle raffinate descrizioni dello stato d’animo dell’autore e da tante citazioni classiche con le quali si ricordano gli antichi splendori della Taranto magnogreca. Spesso De Giorgi sembra servirsi della sua vasta cultura scientifica come di un mezzo, poiché essa gli fornisce un metodo di analisi tutto orientato all’oggettività, ma lo scrittore lo coniuga brillantemente con la tendenza a tratteggiare la sua personale partecipazione emotiva alle descrizioni, restituendo così le pagine forse più felici del suo breve testo. Già un avvertimento è, d’altro canto, nella scelta stessa del sottotitolo, nel significato strettamente etimologico della parola Impressioni che rimanda all’effetto, all’impronta che la realtà esterna determina, col suo intervento diretto o indiretto, sulla coscienza, sulle sensazioni e sulle percezioni del narratore/viaggiatore. De Giorgi anticipa che parlerà non solo di luoghi, ma anche della sua personale esperienza, conoscitiva o emotiva, determinata dal transito attraverso essi. Si tratta, invero, di una scelta linguistica più volte in seguito operata dall’autore che lo stesso anno intitola il resoconto di un viaggio dall’estremo lembo nord della Puglia alla Campania Da Napoli a Foggia. Impressioni di un viaggio nell’aprile del 1870[2] e sette anni dopo ricorrerà ancora una volta allo stesso termine nel titolo di un volume di prose relative al sud della provincia di Lecce,[3] Bozzetti e impressioni, evidentemente sempre con lo stesso intento di sottolineare l’emozione estetica ed introspettiva dell’esperienza odeporica.

Lo scrittore, originario della provincia di Lecce, si era laureato in Medicina a Pisa, seguendo la tradizione familiare, ma nel corso della sua vita affiancò alla professione di medico quella di insegnante alla quale aggiunse, assecondando i suoi compositi interessi culturali, una sempre intensa attività di ricerca orientata alle discipline più disparate: dalla geografia all’archeologia, dall’agricoltura all’economia. Celebri sono i suoi studi sul paesaggio e la storia dei monumenti di Terra d’Otranto, per i quali pianificò anche alcuni impegnativi, necessari restauri.[4] Il testo che lo rese famoso, non solo a livello locale, furono nel 1882 i due volumi dei Bozzetti di viaggio,[5] probabile evoluzione di Bozzetti e Impressioni, in cui descrive i monumenti delle tre province salentine, si tratta di una sorta di censimento artistico, paesaggistico e architettonico del patrimonio di Terra d’Otranto, frutto di scelte critiche e valutative.[6]

Erano anni in cui in una situazione culturale complessa, sulla scorta di quanto sostenuto da Benedetto Croce, il patrimonio veniva letto come manifestazione della Storia e la Storia veniva intesa come Morale ‘in azione’, cioè Etica. La Magna Grecia in particolar modo si poneva, tra la fine del Settecento e gli inizi del XX secolo, come interessante laboratorio di una ‘costruzione culturale’ in cui si fondevano dialetticamente i concetti di Identità locale, Regionalismo, Nazione; al patrimonio, materiale e immateriale di cui era straordinario contenitore, veniva attribuito appunto uno specifico valore etico-morale sulla scorta di riflessioni desunte dalla cultura nazionale.

De Giorgi, anche con lo scritto qui proposto, si inserisce tra quegli studiosi che sostenevano fermamente che la civiltà si debba fondare sulle Memorie patrie e i suoi studi appaiono orientati a far emergere la relazione tra monumentum e documentum, cioè tra storia dei luoghi e testi.

Nella seconda metà dell’Ottocento in particolare, lo studio esclusivo, per quanto filologicamente accurato, delle fonti sembrava essere rimasto per lo più appannaggio degli intellettuali della vecchia generazione, mentre per la nuova generazione era fondamentale la pratica dell’analisi visiva e dell’impatto in prima persona ai luoghi. De Giorgi apparteneva a quel gruppo – neanche cospicuo – di studiosi pugliesi che tentò di conciliare lo studio critico delle fonti con l’osservazione diretta dei luoghi, raggiungendo risultati non banali. In tale ottica la storia, in un paese di recente unito sebbene solo formalmente, diveniva disciplina fondante e unificante di studi apparentemente anche molto distanti: l’osservazione delle rocce si affiancava nello stesso testo ad una interpretazione critica dei miti, l’antiquaria all’analisi tecnico ingegneristica degli edifici.

La descrizione dei territori urbani e naturali, in questa prosa autobiografica in forma epistolare, si affianca, come detto, ad un’altra direttrice rilevabile sin dall’incipit, di natura – direi – emozionale. Il viaggiatore, a Bari, si trova lungo il viale che funge da iato tra le due parti delle città: da un lato le serpentine dello spazio antico, e dall’altro le linee rette e squadrate di quello moderno, in una geometria che segue il modello introdotto da Murat. La vasta piazza che divide i due spazi urbani e gli altri elementi cittadini (dal porto che si vede al termine del viale, ai negozi delle vie lussuose) si propongono all’occhio dello scrittore con implicazioni emotive determinando il risveglio del ricordo degli anni universitari pisani. L’autore stabilisce quindi un rapporto osmotico con la città, grazie al quale emergono le sue personali sensazioni e il suo peculiare stato d’animo davanti al paesaggio urbano. Non si tratta in questo caso di una descrizione ampia, ma con pochi tratti che non trascurano alcun dettaglio (come il vento fresco della tramontana settembrina o gli alberelli stecchiti allineati al centro della piazza o, addirittura, l’ombra delle loro foglie sul terreno), viene così ben delineata la scenografia cittadina che, in quegli anni a Bari, come in tutte le città italiane da Nord a Sud, andava progressivamente cambiando e arricchendosi.

De Giorgi è un viaggiatore colto, incuriosito da ciò che di nuovo e suggestivo può cogliere in modo inatteso, è spinto dal fervore di conoscere la realtà con una prospettiva differente, immergendosi nei retroscena della vita anche quotidiana, in modo tutt’altro che passivo, con una attenzione costantemente rivolta anche alle persone che in quegli spazi si muovono, come le «signorine svelte e avvenenti che lanciavano sguardi assassini, mentre cinguettavano un dialetto indiavolato che sente del Saraceno».

Per questa sua indole curiosa accetta con entusiasmo l’invito a recarsi a Taranto in treno, un viaggio della durata di ben quattro ore nell’entroterra pugliese, da una costa all’altra, dall’Adriatico allo Jonio. La struttura della lunga lettera si articola per blocchi compatti d’impressioni che indirizzano il racconto verso un ordine proprio della narrazione romantica. All’incontro con altri passeggeri, la serie di domande che lo studioso pone ha il fine di reperire informazione della più svariata natura, vuole sapere ad esempio qual è l’andamento dell’economia in relazione alle colture di carrube e di mandorle, ma vuole anche indagare i rapporti tra cittadini e istituzioni, animando spesso conversazioni di gruppo. Il suo sguardo è però sovente rivolto fuori dal finestrino: le immagini sono quelle delle pianure e delle curve morbide delle Murge su cui i pascoli si intravedono come in una scena paesaggistica dipinta da Salvator Rosa.

Una componente fondamentale della descrizione è quella coloristica: «il tappeto rosso dei fiori», le «chiome verdi cupe delle carrube», «gli strati sottili e bianchi» della roccia calcarea, «gli steli mezzo ingialliti del gran turco», «le case imbiancate» di Modugno. Ed è un colore, «quel bianco che si vede sotto le ceppaje degli ulivi» del quale lo studioso chiede ragione, a indurre il suo interlocutore a parlare di una modalità di gestione delle colture, che prevede l’uso del tufo alla base dei ceppi dei vitigni per mantenerne fresche le radici, come ancora oggi si fa nel meridione d’Italia. E così, all’amico pisano a cui la lettera è indirizzata, De Giorgi vuole pervengano informazioni su usi e costumi, tradizioni contadine sperimentate e più o meno efficaci. Come ricorda Elvio Guagnini, il paesaggio «più complessamente inteso, che comprende la presenza dell’uomo e della sua attività»[7] rappresenta uno dei temi più suggestivi nella ricerca della letteratura di viaggio.

Modugno, Grumo, Bitetto, Acquaviva, Palo del Colle, con le loro case allineate, i campanili delle chiese e la zona sempre verde che li cinge e risulta «a lungo andare monotona per l’artista come pel viaggiatore», scorrono ai lati della ferrovia. Nelle sue descrizioni lo scrittore mette in evidenza come ogni città possieda una peculiare storia la cui conoscenza è fondamentale per comprendere gli orientamenti del suo sviluppo. L’asse del viaggio gli offre una stupenda antologia di scorci sui più importanti centri tra Bari e Taranto, osservati in un’affascinante dialettica tra profili urbanizzati e spazi aperti naturali, mentre la vista si perde sulla «cerulea frangia dell’Adriatico che limita il paesaggio sul confine all’orizzonte». È la Puglia secondaria rispetto ai due poli cittadini di Bari e Taranto, ma non è certo qui presentata in tono minore.

Spazio urbano e spazio naturale si alternano armonicamente diventando, ora uno ora l’altro, l’elemento catalizzatore della descriptio ed assumendo un quasi totale protagonismo. Ma l’attenzione dello scrittore è spesso catturata anche dalle presenze degli occasionali compagni di viaggio felicemente descritti: un cammeo delicatamente intarsiato è quello della bionda signora «dagli occhi neri come l’ebano», con in braccio il suo bambino, seduta silenziosamente nel vagone e «tutta chiusa nel suo piccolo mondo»; vivace è invece la descrizione dei due appaltatori saliti a Bitetto che «favellavano tra loro in modo assai concitato» anche a bocca piena, o ancora quella di un prete vispo e svelto «con un cappello ad orli piatti come fosse la celata di Don Chisciotte». La rappresentazione di singoli personaggi lascia poi il posto alla descrizione di un gruppo per le vie di Acquaviva, dove il treno fa una sosta. Il paese è in festa e brulica di gente allegra e venditori ambulanti che si esprimono, come aveva già notato nel capoluogo, con un «dialetto indiavolato ed una cadenza in si bemolle».

C’è anche un breve accenno alla possibilità di essere aggrediti dai briganti presso la solitaria e poco rassicurante stazione di S. Basilio, località cinta dalla selva, lontana dagli altri centri abitati. A partire dal mese di settembre del 1860, quando Francesco II abbandonò Napoli, e poi subito dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, dalle rivolte contadine di tipo anarchico più o meno spontanee si giunse al brigantaggio, che effettivamente tormenterà i primi passi dello stato nazionale ed avrà, come qui attestato dal De Giorgi, ancora rigurgiti nei decenni successivi.

Nel tragitto fino a Taranto, gli argomenti tra compagni di viaggio riguardano i dispacci che portano notizie sulle vicende di Napoleone III a Sedan, ma De Giorgi sembra registrarne distrattamente la discussione per interessarsi piuttosto alla geografia della terra che attraversa, alla morfologia geografica dei luoghi che muta avvicinandosi sempre più alla costa dello Jonio, speculare a quella lasciatasi alle spalle.

La vista del mare tarantino è anticipata dal profumo della brezza marina. Nella «vecchia patria di Archita», incantevole per quei colli fertilissimi che la circondano a nord, l’autore giunge nella tarda serata e alla città della Magna Grecia sono dedicate le ultime e più dense pagine della lunga lettera all’amico pisano. Taranto è osservata nel rapporto antitetico e complesso tra l’antichità di cui è culla e la modernità verso cui è proiettata, tra le iscrizioni antiche ormai poco leggibili disseminate ovunque e i moderni caffè, negozi, botteghe; lo studioso coglie l’occasione della descrizione della città per dare ancora un saggio della sua cultura classica, ricordandone la centralità che Taranto aveva sotto il regno di Augusto, citando gli autori che lì hanno avuto i natali o l’hanno omaggiata nelle loro opere, forse volendo anche implicitamente sottolineare l’assenza di una continuità storica tra città greco-romana e città moderna. Taranto possiede suo malgrado una vena di decadenza, anche se più di altre città pugliesi è proiettata verso il futuro,[8] si tratta di un futuro che fagocita l’antico, lo ammanta, lo occulta: «Le reliquie dei suoi vetusti monumenti sono tutte sepolte sotto le fondamenta di costruzioni più recenti».

In sintonia con molti viaggiatori anche stranieri,[9] De Giorgi non manca di descrivere il Ponte girevole inaugurato nel maggio del 1887 che divide il golfo di Taranto dal Mare piccolo, realizzato allo scopo di soddisfare le esigenze della marina militare e consentire il passaggio alle grandi navi, attraverso il canale tra il Mare Piccolo e il Mare Grande; a lungo, inoltre, si sofferma sulle tecniche di allevamento dei frutti di mare e della pesca ancora regolamentata dal Libro rosso degli Orsini. Taranto, in definitiva, risulta essere una città dove, accanto al perdurare delle tradizioni locali, si sperimentano anche i nuovi linguaggi del progresso. Le pagine conclusive della lunga lettera non smentiscono l’andamento generale del testo: nelle descrizioni permane da un lato il microcosmo della cittadina magnogreca (mondo naturale, culturale, sociale…) e dall’altro lo studioso, l’osservatore, il narratore che racconta, anche attraverso le sue idee e le sue suggestioni la «vecchia Regina dello Jonio», chiamando in causa, in conclusione, i versi di Paisiello, nel saluto alla «più bella, la più splendida, la più potente città della Magna Grecia».

Nota al testo

L’edizione digitale che qui si presenta è stata fedelmente trascritta dall’edizione a stampa del 1872; è quindi riconducibile alla volontà di non alterare il colore epocale la conservazione di grafie oggi non correnti (diffatto per di fatto, diggià per di già, dapertutto per dappertutto) o di grafie oggi considerate scorrette come la nei plurali dei nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da consonante (Murgia → Murgie, ganascia → ganascie, quercia → quercie, roccia→ roccie, malconcia → malconcie), come prevedeva la grafia tipica ottocentesca (Serianni 1988: 39).

Si è ritenuto invece di emendare alcuni evidenti refusi tipografici (costrazioni corretto in costruzioni, bizeffe corretto in bizzeffe, un’aspetto corretto in un aspetto, inebbriato corretto in inebriato).

  1. L’opuscolo qui trascritto è stato reperito presso la Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” di Lecce, una delle uniche due in Italia (l’altra è la Biblioteca “Caracciolo” sempre a Lecce) a detenerne alcune copie.

  2. C. De Giorgi, Da Napoli a Foggia. Impressioni di un viaggio nell’aprile del 1870, Milano, Wilmant, 1872.

  3. Id, La Provincia di Lecce. Bozzetti ed impressioni, Lecce, Tipografia Campanella, 1877.

  4. Solo a titolo di esempio, si ricordano qui il ripristino del portale della chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo di Lecce e la scoperta dell’anfiteatro romano del capoluogo salentino.

  5. C. De Giorgi, La Provincia di Lecce – Bozzetti di viaggio, Editore Giuseppe Spacciante, Lecce, 1882.

  6. Cfr. M. Leone, Cosimo De Giorgi tra scienza e letteratura, in Atti del Convegno internazionale AATI, Lecce, 26-3 maggio 2010, a cura di P. Guida e G. Scianatico, Lecce, PensaMultimedia, 2011, pp. 121-142.

  7. E. Guagnini, Viaggi d’inchiostro: note su viaggio e letteratura in Italia, Passian di Prato, Campanotto, 2000, p. 9.

  8. Cfr. G. Dotoli, Paesi che si danno la mano in Viaggiatori dell’Adriatico. Percorsi di viaggi e scrittura, a c. di V. Masiello, Bari, Palomar, 2006.

  9. La bibliografia su questo argomento è ovviamente vastissima; nell’impossibilità di darne conto in modo esaustivo, si segnala almeno quella consultata per la stesura di questa introduzione al testo di De Giorgi: M. Hermann, A. Semeraro, R. Semeraro, Viaggiatori in Puglia dalle origini alla fine dell’Ottocento, Schena Editore, Brindisi, 2000; L. Clerici, Alla scoperta del Bel Paese: i titoli delle testimonianze dei viaggiatori italiani in Italia (1750-1900), in «Annali d’Italianistica», n. 14 (1996); F. Silvestri, Fortuna dei viaggi in Puglia, Cavallino (Le), ed. Capone,1981.